Storie

L’incidente, il coma, le cicatrici: «Vedere la morte in faccia ti cambia»

Alberto Calderan, 24enne di Salò, nel 2021 si schiantò in motorino e finì in coma. Oggi è musicista: «Nel mio album racconto il ritorno alla vita»
Alberto Calderan
Alberto Calderan

Vivila, come se fosse l'ultima. Non sai quanto vale questo concetto finché non comprendi davvero il valore assoluto di ogni attimo. Alberto Calderan di Salò, a 24 anni non ancora compiuti, lo sa benissimo. Lo porta scritto sulla pelle. Viene da un'esperienza dolorosa in tutti i sensi, sia per le sofferenze fisiche che per il resto. A 18 anni, nel 2020, ha dovuto rialzarsi dopo un tragico incidente, dal quale è uscito a pezzi ma vivo. Tornare, affrontare il trauma e le conseguenze, cercare di dare un senso a ciò che è successo è stato ed è una fatica. Passare dal chiedersi «perché è successo proprio a me?» al dirsi «per quale motivo sono sopravvissuto?» al cercare di dare uno scopo alla propria esperienza terrena. Questo fa Alberto, ogni giorno.

Il coma, gli interventi, il ritorno a scuola. Non è stato e non è facile. Ricostruire tutto: famiglia, amici, studi. Ha affrontato tutto e in più (grande dono) ha trovato la musica dentro di sé. Negli scorsi giorni ha pubblicato un album in cui racconta il suo ritorno alla vita, letterale e metaforico. S'intitola «Perso nel Buio».

La cicatrice sulla schiena di Alberto, simbolo della sua rinascita
La cicatrice sulla schiena di Alberto, simbolo della sua rinascita

Com'eri sei anni fa?

Ero mediamente bravo, mediamente capace. Spiccare in niente è frustante. Non sono mai stato il primo della classe, non sono mai stato il più bravo in niente. Mi dicevo «Devo dimostrare di valere qualcosa, altrimenti non ce la farò mai». Avevo diciotto anni. Ero incatenato, sentivo che per essere felice dovevo fare qualcosa e invece ho iniziato a fare scelte insensate. Ho mollato la scuola nell'anno del Covid e non andavo a lezione. Non ho approfittato di quell'occasione e sono riuscito a non farmi ammettere alla maturità. Colpa mia.

Com'è successo l'incidente?

Era il 28 giugno 2021. Sapevo di esser bocciato. Sfogavo il malessere in serate con gli amici. Mi ero tirato fuori da tutto. Quella sera siamo al bar e beviamo. Ci divertivamo ubriacandoci. Eravamo in giro in motorino. Dopo la tappa al bar si era fatta notte. In quel periodo saltavo i pasti. Avevo bevuto a stomaco vuoto. A quel punto ero rimasto solo. Imbocco una strada, ma non sono arrivato a casa. Mi viene raccontato dopo che ho preso dentro un guard rail. Destino ha voluto che una pattuglia passasse in quella strada poco illuminata. Hanno sentito le mie urla di dolore e hanno chiamato l'ambulanza. Stavo perdendo molto sangue. Avevo un doppio trauma cranico. Dicevo «Mamma, vienimi a prendere». Non ho ricordo di quei momenti. C'è solo vuoto, buio.

E poi?

Mi sono svegliato come se avessi fatto un riposino pomeridiano e invece ero stato in coma. Mi sono svegliato il 2 luglio 2021. Vedo mia madre. Ero pieno di ferite, con i ferri alle gambe. Non avevo idea di cosa fosse successo. Ero sotto morfina, avevo una serie di fratture. Tibia e perone distrutti, orbita dell'occhio sfondata.

Cos'hai pensato vedendoti così?

«Chissà se posso tornare normale». Ero grato perché mi avevano salvato la vita, ma ero un blocco di cemento di ossa spaccate. Un dolore atroce. E sapevo, purtroppo, di aver creato io stesso la potenzialità dell'incidente.

E poi?

Gli interventi, quattro di fila dopo le operazioni salvavita all'arrivo ai Civili. Un mese d'ospedale e a seguire il recupero, dopo che era stata scongiurata la paralisi. Ho compiuto 19 anni in ospedale.

Chi ti è stato vicino?

Mia madre, la mia famiglia, due amici d'infanzia. Ho deciso di allontanarmi dagli amici festaioli, che percorrevano uno stile di vita che imponeva di ubriacarsi per divertirsi. Non ho mai attribuito loro nessuna colpa. Erano tutti bravissimi a scuola, sono contento per loro. Il mio isolamento, che ho ricercato, mi ha dato modo di spiegarmi i miei errori.

Cosa pensavi mentre eri ricoverato?

Facevo propositi. Per prima cosa mi sono detto «ridurrò sensibilmente l'alcol», «d'ora in avanti non guiderò mai più in stato di ebrezza» e «devo costruire rapporti più sani, fare più attenzione agli altri». Ero tormentato dal pensiero che poco prima dell'incidente avevo scritto una canzone che s'intitolava «perso nel buio». Suonava come uno strano presagio. Inquietante.

Quindi avevi iniziato a fare musica prima dell'incidente?

Sì, scrivevo anche prima, ma senza un'anima. Ciò che facevo esprimeva qualcosa che non ero. Non c'era un racconto, non avevo capito che la consapevolezza costa, che ciò che racconti ti espone al giudizio. Era qualcosa di non genuino. Avevo solo fretta di emergere. Avevo una pressione auto-imposta. Ora so che non aveva senso.

Com'è andato il ritorno a casa?

Non è stato facile tornare alla normalità. La fisioterapia che mi ha ridato l'uso delle gambe è stata stra-iper-mega dolorosa. Ma avere un'esperienza vicina alla morte, vedere l'anteprima della non vita ti cambia. Era tutto difficile. Avevo rischiato di perdere tutto, ho pensato che dovevo farcela. Dovevo tirare fuori la forza. E concludere gli studi. Pensavo di non riuscire a finire il liceo, ma a quel punto per me era indispensabile rimediare.

E hai rimediato?

Sì, mi sono diplomato e dopo ho sempre lavorato. Come concierge, come commesso. Più passa il tempo più si allontana il dolore. Non se ne va mai via del tutto, si leviga. Ho costruito un altro carattere. Ero rumoroso, sono diventato riflessivo. Avevo sempre la parola pronta, sono diventato analitico. La mia esperienza mi ha portato a essere meno severo con gli errori altrui. Ora penso a non giudicare gli altri. Non ti devi mai permettere di giudicare. Mai. E nel percorso di cura e di ricostruzione ho trovato il mio più caro amico.

E la musica?

Amavo e amo fare musica, ma ora l'obiettivo è diverso. Non la faccio più per essere visto, nella speranza di diventare famoso. No, voglio comunicare qualcosa. La musica conta tanto, mi fa stare bene, mi fa essere me chi voglio. Il mio sogno è un palco di persone che cantano le mie canzoni insieme a me e lo fanno perché riconoscono se stesse nei miei testi. La musica mi ha aiutato ad andare oltre ciò che mi è successo, ora spero che possa aiutare qualcun altro. In fondo lei è un tramite per arrivare nell'anima delle persone.

Vuoi continuare a comporre?

Non ho intenzione di smettere, non riuscirei. Sto scrivendo cose nuove. Ho pubblicato questo album perché avevo bisogno di chiudere quel capitolo. Non si può stare sempre male. Lavorare a «Perso nel buio» mi è servito non a dimenticare, ma a comprendere meglio il senso delle cose, del dolore. Non mi sento sfortunato, perché la vita mi ha dato la possibilità di capire quanto conta ogni giorno.

Perché ti fai chiamare Nasty?

Mi sono dato questo soprannome a 14 anni. Era espressione di un disagio. Mi piaceva che potesse descrivere qualcosa di marcio. Ero solo un ragazzino. Ora mi piace e basta.

Ti senti un sopravvissuto?

Sì, ringrazio i medici, sono stati incredibili. Le mie condizioni erano molto gravi. Onorato di potermi considerare un sopravvissuto, anche se a volte mi chiedo perché io sì e altri no. Sembra di attraversare un tunnel senza uscita, ma alla fine il buono torna. Ero spaventato dal futuro, ma ho imparato che certi momenti vanno affrontati frontalmente. Una cosa che mi è mancata è che non mi sentivo ascoltato. Mi sentivo più non ascoltato che non capito. La mia speranza da sempre è che qualcuno mi ascolti. Credo sia un mio dovere ascoltare gli altri. Spero che ciò che ho vissuto e che ciò che canto possa servire.

Alberto ha trasformato il dolore in qualcosa di bello. Ha capito che accettare la propria fragilità e saper ascoltare gli altri sono segno di forza. Cerca se stesso cantando e sa che i segni della sua sofferenza non sono da nascondere, anzi. Come recita un suo verso: «Le mie cicatrici indicano l'uscita. Vedo la luce in fondo alla via. Andiamo». Andiamo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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