Storie

Il padre uccise la madre, lo Stato lo lascia solo: «La legge è inattuata»

Olga Granà, la mamma di Giuseppe Delmonte, venne trucidata a colpi d’ascia dal marito ad Albizzate, provincia di Varese, 29 anni fa: «L’ho incontrato dopo 22 anni e non era pentito: mi sono sentito libero»
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

Olga Granà con il figlio Giuseppe Delmonte
Olga Granà con il figlio Giuseppe Delmonte

Al buio, senza respiro. Solo, senza destino. Come può sentirsi unicamente un bambino che ha perso la mamma e il papà perché uno dei due, in una frazione di secondo, ha deciso di impossessarsi delle vite di tutti e di spegnere la luce di ognuno.

Così si era sentito Giuseppe Delmonte quando poco dopo le 13 di quel sabato di fine luglio il Tg3 gli fece sapere che mamma Olga era stata trucidata a colpi d’ascia in piazza a Albizzate, paese in provincia di Varese, che a ridurla così era stato il padre e che il padre non si trovava, si era volatilizzato. Da allora sono passati 29 anni. Da allora gli orfani di femminicidio continuano a sentirsi così. Al buio e senza respiro, ma quello è inevitabile, quando lui uccide lei. Ma anche da soli e senza destino, e quello dovrebbe essere evitato visto che siamo nel terzo millennio, che gli orfani di femminicidio (e parricidio) si sono centuplicati e non si contano più sulle dita di qualche mano come quando senza respiro ci rimasero lui, suo fratello e sua sorella.

Oggi cinquantenne, con un lavoro affermato da infermiere attrezzista in sala operatoria («a differenza sua io non distruggo vite, cerco di salvarle» dice), una laurea in psicologia e alle spalle un cerchio chiuso da tempo, Delmonte si batte per tutti loro. Ha fondato Olga, l’associazione che porta il nome della mamma e opera nella prevenzione, formazione e tutela dei diritti di chi ha subito maltrattamenti e violenza, promuovendo un’educazione inclusiva.

Cosa è significato per lei essere orfano di femminicidio?

Essere solo. Senza la mia mamma. Abbandonato dallo Stato. Che non solo non si è occupato di me e dei miei fratelli, ma ha preteso che facessi anche il militare. E così tre mesi dopo il funerale sono partito per la naja. Una cosa del genere oggi farebbe scandalo solo a pensarla.

All’epoca non esisteva lo stalking, non esisteva il femminicidio, non esisteva il codice rosso. Da questo punto di vista qualcosa è cambiato.

Sicuramente. Ci sono stati dei progressi. Ma non basta. Mia madre aveva atteso diventassimo grandicelli per separarsi da quell’uomo che le aveva fatto subire le peggiori angherie (Delmonte non lo chiamerà mai padre, ne tanto meno papà in tutta l’intervista, ndr). Affrontato il peggio della cultura patriarcale. In quei giorni in caserma le avevano detto di stare tranquilla perché “se non le aveva fatto ancora nulla in tutti quegli anni, non aveva nulla da temere”. Rispetto ad allora oggi è cambiato molto sotto il profilo normativo, ma dal punto di vista culturale occorre fare ancora tantissimo. Serve formazione anche negli operatori. Servono investimenti. Oggi abbiamo ancora donne che denunciano e il codice rosso non scatta.

E per gli orfani cosa si è fatto?

Una legge c’è: è la numero 4 del 2018. Ma è pressoché inattuata. Non c’è un’anagrafe degli orfani. Non c’è una cabina di regina che coordina gli interventi in caso di femminicidio con la presenza di un minore. Ma spesso non c’è nemmeno conoscenza di questa legge da parte di chi dovrebbe applicarla. Se il magistrato non sa che può sequestrare il patrimonio dell’assassino e destinarlo all’orfano, si fa un danno enorme a lui e a chi dovrà occuparsi di lui.

Da dove deve partire lo Stato per rimediare? Cosa deve fare per gli orfani di femminicidio?

Deve contarli. Sembra banale. Ma se non sai quanti sono come fai a sapere quante risorse devi destinare loro?

Non c'è un'anagrafe di chi è rimasto solo al mondo a causa della violenza di genere
Non c'è un'anagrafe di chi è rimasto solo al mondo a causa della violenza di genere

Cosa l’ha spinta a spendersi in prima persona su questo fronte?

Per vent’anni ho fatto finta non fosse successo nulla. Ero dissociato. A tutti dicevo che i miei genitori erano morti in un incidente stradale. Diversi anni dopo, per altre ragioni, sono andato in analisi. È stata la mia salvezza. Il mio psicoterapeuta mi ha davvero aiutato. Mi ha fatto vuotare il cassetto. Il cerchio l’ho chiuso quando, 22 anni dopo, mi sono trovato a tu per tu con l’assassino di mia madre. Ho chiesto un colloquio e sono andato a trovarlo in carcere. Ho capito che non era per nulla pentito, che non provava empatia per me, che non aveva percezione del mio dolore. Aveva addirittura chiesto la grazia... Sono stati 40 minuti decisivi. Sono uscito dall’incontro libero, sereno. Pronto ad affrontare una vicenda dalla quale scappavo da sempre. Ad interessarmi al tema. A impegnarmi perché qualcosa cosa cambiasse per tutti i ragazzi che si erano trovati nella mia situazione.

Non lo nomina, ma porta il suo cognome. La legge le consentirebbe di cambiarlo. Perché non lo ha fatto?

L’unica cosa che si può fare contro un narcisista come lui è proprio non nominarlo. Se non lo nomini, del resto non esiste. Porto il suo cognome perché la sua famiglia è composta da persone straordinarie, che hanno subito lo stigma di essere madre e padre, ma anche fratello e sorella di un carnefice. E non lo meritavano. Non come me, ma sono a loro volta vittime, anche loro hanno pagato per colpe non loro. Ho appena compiuto gli anni, e loro sono saliti apposta dalla Sicilia per festeggiare con me. È anche grazie a loro se sono tornato a respirare. Se si è riaccesa la luce.

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