Se la partita contro la violenza di genere si vince imparando a vedere prima, allora cosa la società non è riuscita a vedere prima che Lorena Isceri venisse uccisa? Come mai Federico Vella, che andava in terapia da 15 anni, è arrivato a commettere un femminicidio? Cosa è sfuggito al percorso terapeutico? Allora andare in terapia non è così rilevante? Ne abbiamo parlato con Francesca Filippini, psicoterapeuta cognitivo comportamentale e direttrice del Centro Moses di Brescia.
Francesca, partiamo dal cuore di questa tragica vicenda. Federico Vella, un uomo che andava in terapia da 15 anni e ha commesso un femminicidio. Perché è successo? Cosa può essere sfuggito al percorso terapeutico?
«Non c’è una risposta certa. Un primo elemento da considerare è che la violenza è innanzitutto un comportamento e non una psicopatologia. Il percorso terapeutico potrebbe quindi non aver rilevato questo aspetto perché la persona semplicemente non lo ha manifestato. I soggetti che compiono questi atti possono essere molto abili nel dissimulare le proprie intenzioni, sono in grado di mantenere una sorta di maschera di perfezione e riservare alla partner comportamenti aggressivi. Nel caso di Federico Vella non è possibile ancora sapere cosa sia accaduto: saranno gli atti e gli elementi che emergeranno a chiarirlo».
Allora la terapia non serve a molto...
«La psicoterapia può essere considerata un acceleratore di consapevolezza individuale. Lavora quindi su un piano diverso e per questo non sempre può intercettare le intenzionalità lesive. Il desiderio di controllo e possesso non sono intercettabili in terapia: è la persona che deve dichiararli. Per questo non si può delegare al percorso terapeutico tutta la responsabilità. È necessaria un’attenta analisi degli elementi di rischio e bisogna considerare anche il contesto familiare e sociale nel quale la persona è inserita. La terapia, da sola, non fa da salvagente. Questo non significa che non funzioni: la terapia funziona quando una persona dichiara il proprio intento».
Dunque la violenza di genere ha a che fare con la cultura?
«La violenza di genere è sempre un problema culturale. Non è mai l’esito di un raptus improvviso di un individuo fragile in un determinato momento. Viviamo in un’epoca di massa dove c’è un’idea sbagliata di possesso e controllo, un’intolleranza al rifiuto e una difficoltà ad accettare che l’altra persona sia libera di andarsene».
Quindi qual è la soluzione?
«Serve un’educazione affettiva, a partire da un’età precoce: insegnare ad accettare il rifiuto, a tollerare la frustrazione e comprendere che le persone non sono beni di nostra proprietà. Il cambiamento deve partire da noi stessi, dal modo in cui gestiamo le nostre relazioni e dalla nostra educazione».




