A Brescia non esiste un Osservatorio per la raccolta e il monitoraggio dei dati sulla violenza di genere. Manca un apparato capace di fotografare con precisione il fenomeno: quante donne si sono rivolte ai centri, quante hanno denunciato o quante sono state prese in carico. C’è un vuoto. Nella nostra città, come in gran parte d’Italia, il monitoraggio avviene infatti per lo più a livello nazionale o regionale. Ma questo, se da un lato offre una lettura macro del fenomeno, dall’altro rischia di non cogliere le peculiarità del territorio. E di conseguenza risulta difficile capire come e quando intervenire per fare prevenzione. «Non si riconosce la specificità del fenomeno – sottolinea l’assessora alle Pari opportunità Anna Frattini –. Soprattutto non si riconosce che in questa specificità c’è una priorità».
Per questo motivo, da due anni, si sta lavorando alla creazione di un Osservatorio attraverso una convenzione tra il Comune, ente capofila della rete antiviolenza, e l’Università degli Studi di Brescia. «Attualmente c’è un’enorme difficoltà nella raccolta e sistemazione dei dati – prosegue Frattini –. Avere questo strumento ci permetterebbe di organizzare al meglio i numeri nel Bresciano». La convenzione, che interessa il Dipartimento di Giurisprudenza dell’UniBs, «ci consente così di coinvolgere i diversi attori che lavorano all’accoglienza delle vittime, leggendo il fenomeno nella sua dimensione reale».
In cifre
In attesa che si arrivi al traguardo, però, ci pensano i due centri antiviolenza della città a colmare il vuoto: la Casa delle Donne e la cooperativa Butterfly. Nel primo semestre del 2026 questi infatti hanno registrato complessivamente 161 nuove prese in carico: donne, tra i 18 e i 60 anni, che si sono rivolte alle strutture, iniziando un percorso psicologico o giuridico. A queste si aggiungono 60 interventi di emergenza gestiti dal servizio H24 della cooperativa Butterfly; in 30 casi l’intervento si è concluso con colloqui e consulenze, negli altri 30 ha portato all’accoglienza in case rifugio. «Questo è un dato che merita attenzione – commenta Frattini –, se consideriamo che nel 2025 sono stati registrati 106 interventi del servizio H24, mentre oggi siamo a quota 60 solo nel primo semestre».
Tuttavia il dato forse più allarmante riguarda donne che subiscono violenza psicologica, ma sono indipendenti economicamente e, in alcuni casi, mantengono addirittura il proprio partner. Farmaciste, imprenditrici, impiegate bancarie con un buon livello di istruzione, ma vittime di un retaggio culturale difficile da sradicare. Accanto a loro ci sono anche vittime di violenza economica: senza un lavoro, un conto corrente o un’autonomia finanziaria. Tra di loro ricorre spesso un elemento: l’ambivalenza.
«Ho paura di lui, ma non voglio rovinarlo denunciandolo»: è questa la frase che Beatrice Ferrari, avvocata che collabora con la Casa delle Donne, si è sentita spesso dire. «Da una parte vorrebbero uscire dalla spirale della violenza, dall’altra però non riescono a farlo. Per questo – insiste l’avvocata – la conoscenza dei propri diritti e delle informazioni legali può essere determinante. Solo lavorando sulla propria consapevolezza sarà possibile spostare il focus da “non voglio rovinarlo” a “non voglio rovinare me stessa”».
Controllo e possesso
Se tra le donne seguite ricorre spesso l’ambivalenza, il controllo e il possesso sono i due tratti distintivi degli uomini violenti. «Elementi che, però, si fa fatica a riconoscere – spiega Roberta Leviani, responsabile della cooperativa Butterfly –. Siamo abituati a considerare un uomo geloso come innamorato e uno che ci chiede “Con chi esci e perché ci esci?” come premuroso. O ancora pensiamo a frasi del tipo: “Non esco con le mie amiche, così non ci litigo”. Questo non è amore: sono segnali di una progressiva e lenta riduzione della propria libertà».
Secondo l’esperta si tratta di comportamenti spesso normalizzati attraverso cui si manifesta una cultura del controllo: «È chiaro dunque che la violenza non è una questione privata, ma un fenomeno sociale, radicato nei modelli di relazione. E solo attraverso un cambiamento culturale potremo interromperlo».
È proprio qui che, secondo Leviani, si gioca la partita contro la violenza di genere: imparando a vedere prima. «La violenza non si manifesta solo nelle forme più evidenti, violenza è tutto ciò che si cela prima di un femminicidio: è nel controllo, nel possesso e nella limitazione alla propria libertà».




