Quella notte Caterina Bontempi di Bienno ricorda di aver sentito nel sonno suo figlio chiamare angosciato «Mamma!». Caterina Bontempi era la moglie di Giulio Bontempi, genitori di Giuseppe Bontempi che all’alba dello stesso giorno, l’8 agosto del 1956, sarebbe sceso nella miniera di carbone del Bois di Cazier a Marcinelle in Belgio, dove quel giorno non avrebbe dovuto esserci e da cui non sarebbe più uscito. Il nome di Giuseppe Bontempi è tra le 136 vittime italiane dell’elenco che conclude il bel libro di Toni Ricciardi «Marcinelle, 1956. Quando la vita valeva meno del carbone». La vita dell’emigrante della Valle Camonica Giuseppe Bontempi avrebbe potuto esser una delle tante che hanno scritto la storia dell’emigrazione in Valle, fatta da gente che è andata all’estero dove poi qualcuno è rimasto, mentre altri sono rientrati. Il destino invece ha voluto non fosse così.
Il minatore partigiano
C’era infatti il poco più che 25enne ragazzo tra quelli che da Bienno scelsero di andarsene dopo che anche in Valle Camonica era apparso il manifesto rosa della Federazione carbonifera belga, che invitava a partire per il Belgio. Un invito al quale il giovanotto aveva deciso di rispondere diventando anch’egli «soldato» di quell’esercito di 83.012 minatori che dal 1946 al 1956 l’Italia inviò in Belgio, chiamati a combattere la «battaglia del carbone», risorsa necessaria al rilancio economico dell’Europa che ancora portava i segni della guerra.

Giuseppe Bontempi era nato il 31 dicembre del 1925, aveva lavorato in campagna, poi aveva aderito nel 1943 alle Fiamme verdi ed alle formazioni partigiane della Valle. Proprio nella sua Valle sul finire della guerra venne fermato dai fascisti e trasferito a Breno, da dove riuscì a fuggire cercando protezione vicino a casa. E chi, meglio di sua madre, poteva aiutarlo? «Caterina Bontempi - racconta il nipote di Giuseppe, Giulio Giacomelli - sapeva che ai prati sotto il monumento di Cristo Re c’era una fontana per la raccolta dell’acqua per gli animali, abbeveratoio che venne vuotato ed all’interno del quale, coperto di fascine, trovò un sicuro nascondiglio, coperto di "sarmete" (tralci di vite secchi), il giovane fuggiasco». Rimaneva per la signora Caterina da risolvere il problema del cibo da portare al figliolo e quello di evitare i rastrellamenti: ostacoli che la coraggiosa donna avrebbe aggirato nascondendo il cibo nelle ceste con del... letame, sicura che lo stratagemma avrebbe dissuaso chiunque dal curiosare per capire cosa ci fosse sotto.
Il viaggio

Finita la guerra occorreva trovare lavoro, ma il lavoro non c’era e dopo alcuni anni di precariato e disoccupazione Giuseppe decide di emigrare: nel settembre del 1955 - trentenne - si trasferisce così a Marcinelle dove conoscerà Angiolina Ziccardi che sposerà lo stesso mese e dalla quale avrà una figlia. Il viaggio dall’Italia al Belgio con le vaporiere a carbone dell’epoca durava diciotto ore e Bontempi lo affronta carico di speranza e di sogni, dopo che da Brescia tra il 1947 e il 1948 se n’era andato in cerca di lavoro poco meno di un migliaio di nostri conterranei: 216 nel 1946 (su un totale di 839 lombardi), 754 l’anno successivo (su 2.354 della Lombardia) sfiancati dalla disoccupazione e dalla disperazione.
Il minatore di Bienno in Belgio ottiene un alloggio con altri lombardi ed inizia a lavorare in miniera, al bacino carbonifero di Bois di Cazier: tre turni di otto ore (con venti minuti per mangiare) a partire dalle 6, con ingaggi iniziali spesso equivoci anche perché, in forza di un errore dovuto spesso all’analfabetismo, molti italiani in realtà pensavano di essere assunti come muratori e non minatori, mai immaginando si sarebbero trovati a lavorare sottoterra, né che sarebbero stati ospitati nelle vecchie baracche in lamiera lasciate libere dai prigionieri di guerra russi e tedeschi.
Quell’alba

Giuseppe Bontempi quel giorno d’agosto del 1956 (l’8 agosto è poi divenuto Giornata europea per le vittime del lavoro) però non avrebbe dovuto esser laggiù: un collega amico bergamasco gli aveva infatti chiesto uno scambio nel calendario delle ferie che il ragazzo di Bienno, generosamente, gli aveva concesso scendendo al suo posto nel pozzo mille metri sotto terra. Alle 8.10 dell’8 agosto le scintille causate dal corto circuito generato da un montacarichi che avviato inavvertitamente urtò una trave spezzando un cavo elettrico, fecero incendiare 800 litri di olio in polvere e le strutture in legno del pozzo. L’incendio si estese alle gallerie superiori, mentre sotto, a 1.035 metri sottoterra, i minatori venivano soffocati dal fumo. Solo sette operai riuscirono a risalire. In totale si salvarono in 12, «...non Giuseppe quella volta».
La notizia arriva a Brescia
L’eco del dramma, con i tempi dell’epoca, arrivò nel Bresciano in capo a 24 ore. E a darne notizia ai bresciani fu il GdB del 10 agosto 1956: «Tra i minatori dispersi anche un giovane camuno» è il titolo del pezzo in cui si dà conto di quella che per la stampa di allora era l’«immane tragedia di Charleroi», dal nome della città belga più prossima. Il quotidiano nei giorni seguenti seguì passo passo l’evolversi delle ricerche e dei soccorsi. Vani per 262 minatori, la metà italiani. Il GdB dell’epoca ricorda anche la commovente celebrazione in Duomo officiata dal vescovo Tredici, voluta il 28 agosto dalle Acli, presente la sorella di Giuseppe Bontempi, «scoppiata in singhiozzi». I minatori della Valtrompia, altra terra che molti emigranti diede al Belgio e al suo carbone, presenti in Cattedrale, furono applauditi all’uscita sul sagrato, si legge nelle cronache. Sulla condizione dei minatori in Belgio, del resto, il GdB torna il 30 agosto, con la testimonianza anonima di uno scampato al dramma e l’appello di una moglie che invoca un posto di lavoro per il marito pronto a tornare a Brescia da Charleroi. Il GdB stesso lancia una sottoscrizione per le famiglie delle vittime. La risposta dei lettori è al solito corale.



