Storie

Malattie mentali in film e libri? «Il rischio di banalizzare esiste»

Attrice e autrice teatrale laureata in psicologia, la bresciana Francesca Valenti lavora per evitare stereotipi e stigma
Alessia Tagliabue
Francesca Valenti
Francesca Valenti

Raccontare la salute mentale sullo schermo o su un palcoscenico non significa soltanto costruire un personaggio credibile. Significa anche evitare di alimentare stereotipi, stigma e convinzioni errate. È da questa esigenza che nasce il progetto di Francesca Valenti: 26 anni, di Brescia, laureata lo scorso anno in Psicobiologia e Neuroscienze Cognitive, con una triennale in Scienze e Tecniche Psicologiche, oltre che attrice teatrale. L’idea è quella di affiancare scrittori, sceneggiatori ed autori nella stesura di personaggi che soffrono di disturbi legati alla salute mentale, rendendoli verosimili e correttamente rappresentati.

Francesca, da dove nasce la sua esigenza?

In realtà da una conversazione tra colleghi autori, in maniera molto casuale: un’amica mi ha chiesto un aiuto per una drammaturgia nella quale affrontava il tema della pedofilia. Voleva un supporto da parte di una figura come me, che conoscesse sia il mondo della scrittura che quello della psicologia, per capire come distinguere disturbo, reato e parafilia. Era un tema delicatissimo, tabù.

Lei stessa mi ha detto che sentiva la necessità di qualcuno che comprendesse questi due mondi, così qualche mese fa ho deciso di proporre la cosa sui miei social, aprendomi a collaborazioni con scrittori e sceneggiatori. Non è scontato che questo bisogno venga recepito, ma ho già ricevuto diverse dimostrazioni d’interesse: spero possa essere un punto di partenza professionale importante.

Quali sono i rischi di una rappresentazione scorretta?

Sicuramente il principale è perpetrare pregiudizi e rappresentazioni piatte, stereotipate e pericolose, che portino avanti uno stigma nei confronti di chi non sta bene, e rischiando che i pazienti stessi ricadano nell’autostigma. Si vanno ad invalidare una serie di comportamenti che finiscono per essere giustificati solo ed esclusivamente dal disturbo: è rischioso, sia per chi soffre che per chi deve rapportarsi con queste persone, soprattutto con patologie un po’ «invisibili» come quelle mentali.

C’è sempre il rischio di cadere nella banalizzazione del «vabbè quello è pazzo»: che poi, chi può effettivamente affermare di stare bene al cento per cento quando si parla di salute mentale?

Che tipo di errori ha visto?

Tra le varie imprecisioni che vedo nelle opere creative c’è per esempio la guarigione irrealistica: un personaggio che soffre riesce poi a trovare l’amore, un lavoro, ha un colpo di fortuna, ed improvvisamente risolve tutte le sue difficoltà. La depressione non passa perché ti innamori: non è un tema da banalizzare. Spesso si vedono anche errori nel modo in cui vengono rappresentati gli psicologi, o il loro rapporto con i pazienti. Sono aspetti che sarebbero da trattare con precisione.

Esempi virtuosi?

Penso a «Prime» con Meryl Streep, che bene racconta l’iter da seguire in caso di conflitti di interesse tra psicologo e paziente, o il film «Fino all’osso» sull’anoressia, oppure a serie come «Fleabag», «Tutto chiede salvezza» o «Sex education».

E a teatro?

Nel teatro è diverso, si tratta di un mondo che non ha la pretesa di realismo del cinema, c’è molto più simbolismo, si entra di più in una dimensione quasi eterea. Ho visto però lavori interessanti, come il monologo «Il sen(n)o», e da attrice stessa ho messo in scena una pièce sulla depressione post partum su testo di Arianna Verzeletti. A teatro, però, è difficile affrontare determinati temi: sei una persona davanti ad altre persone, in maniera fisica, non hai la distanza che ti offre lo schermo.

Lei ha messo in scena qualche mese fa il tuo primo monologo, «quasi estate» sul tema della violenza di genere. Quanto ha aiutato il suo background di studi?

Tantissimo. Non avrei mai scritto una cosa di questo genere senza la mia formazione, o senza comunque prepararmi molto bene prima. È una tematica enorme, che abbraccia l’ambito del sociale fino alla percezione psicologica e individuale.

Crede che possa crearsi il rischio di superare la linea tra consulenza e libertà creativa?

Se il servizio è offerto da professionisti, assolutamente no. Chi lavora in questo ambito sa che le traiettorie di una storia sono infinite: sarà chi scrive a tracciarle, il mio compito è che non venga raccontato qualcosa di palesemente fuorviante. Aiuto a dare delle linee guida, degli input, a correggere quelle che possono essere delle convinzioni errate.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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