Storie

Il figlio morì annegato: «Oggi Pietro rivive nei nostri progetti»

Il piccolo perse la vita a poco meno di tre anni nel 2016. La testimonianza della madre, Simona Cottali: «Ogni giorno aspettavo che il mio cuore si fermasse. Poi è nato “Il Volo di Pietro”»
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Il figlio morì annegato, oggi un'associazione lo ricorda

«Dopo la morte di Pietro, ogni giorno aspettavo che il mio cuore si fermasse, smettesse di battere». Spiegare a parole il dolore di una madre per la perdita di un figlio è quasi impossibile, anche per chi quel dolore lo conosce. Simona Cottali ci convive da dieci anni: il 29 giugno 2016 il suo Pietro morì annegato a Poncarale. Aveva appena 33 mesi e il 26 settembre avrebbe compiuto tre anni. Da quella tragedia, insieme al marito Alberto e agli amici, Simona ha trovato la forza di costruire qualcosa per gli altri.

È nata così l’associazione «Il Volo di Pietro», impegnata nel sostegno ai bambini e alle famiglie in Italia e all’estero. La morte del quindicenne annegato nel lago Gerolotto, al Parco delle Cave, ha riaperto una ferita che il tempo non può cancellare. E alla vigilia della Giornata mondiale per la prevenzione dell’annegamento, Simona racconta il lungo e difficile cammino compiuto dalla disperazione alla scelta di trasformare il dolore in aiuto.

Quando ha saputo della tragedia avvenuta al Parco delle Cave, qual è stato il suo primo pensiero?

«È andato immediatamente ai genitori di questo ragazzo. Mi sono sentita molto vicina a loro e ho pensato alla disperazione e al senso di impotenza che sicuramente staranno provando».

Una notizia simile che cosa riporta alla mente, dieci anni dopo la morte di Pietro?

«Torna l’incidente, che comunque ricordiamo spesso. Ma ripenso anche a tutto il percorso che siamo riusciti a compiere. Un percorso che non cancella la tristezza e il dolore che proviamo quotidianamente. A volte basta una fotografia, una canzone o una notizia come questa per riportare tutto alla mente».

Come si sopravvive nei primi giorni e nei primi mesi?

«Se devo dirlo sinceramente, aspetti che il tuo cuore si fermi. Ti svegli al mattino e vivi fino a sera pensando: “Oggi morirò”. Non perché tu voglia fare qualcosa contro te stesso, ma perché il dolore è talmente forte da farti pensare che finalmente il cuore smetterà di battere. E invece non succede».

Dove ha trovato la forza per andare avanti?

«Più di tutti mi ha aiutato mio marito. In queste situazioni è molto facile cercare un capro espiatorio al quale attribuire una responsabilità. Noi, invece di accusarci, ci siamo uniti immediatamente. Poi abbiamo avuto tanti amici che ci sono rimasti vicini».

Dopo una perdita così si riparte davvero o si impara soltanto a convivere con l’assenza?

«Accadono entrambe le cose. Si impara a convivere con un’assenza che rimane sempre con te, ma si può anche ripartire. Se riesci a convogliare il dolore in un bel progetto, torni a sentirti parte della vita in modo positivo».

È così che è nato “Il Volo di Pietro”?

«Poco dopo la morte di Pietro, un nostro vicino di casa doveva partire per un campo scuola in un orfanotrofio in Kenya. Gli affidammo il denaro che i colleghi di mio marito ci avevano consegnato al posto dei fiori, chiedendogli di destinarlo a un’opera di bene. Con quei soldi furono acquistate le cucine dell’orfanotrofio. Quando ricevemmo le fotografie dei bambini che ci ringraziavano, dentro di noi scattò qualcosa».

Poi arrivò il giorno in cui Pietro avrebbe compiuto tre anni.

«Più si avvicinava il 26 settembre, più stavo male, ma sentivo anche che dovevamo fare qualcosa. Organizzammo un aperitivo benefico in piazza Arnaldo e parteciparono più di trecento persone. Capimmo che potevamo aiutare davvero gli altri. Da lì nacque l’associazione e non ci siamo più fermati».

Perché avete scelto questo nome?

«Il nostro simbolo è una nuvola con un aeroplano. Ci piace pensare che alla guida ci sia Pietro e che sia lui a portarci dove c’è bisogno. Realizziamo progetti in Italia, Kenya e Brasile e sosteniamo una scuola in Siria. Immaginarlo su quell’aeroplano mi dà conforto».

Che cosa direbbe ai genitori del ragazzo morto al Parco delle Cave?

«Se potessi incontrarli, prima di parlare li abbraccerei. Poi direi loro di non sentirsi in colpa, di non chiudersi in se stessi e di non lasciarsi morire. Un giorno, quando sarà possibile, provare a far uscire tutto quel dolore e a trasformarlo in qualcosa di positivo».

Che cosa continua a insegnarle Pietro?

«Che non bisogna arrendersi mai. Era un bambino solare, simpaticissimo e sempre sorridente. Oggi mi piace pensare che continui a volare e a portarci dove c’è un bambino da aiutare».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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