Storie

La preside passionaria che sa guardare gli studenti negli occhi

Ermelina Ravelli, per oltre tre decenni dirigente dell’Istituto Capirola di Leno, racconta la sua storia: «L’esempio di mia madre e la povertà sono stati il mio sprone»
Francesca Sandrini

Francesca Sandrini

Vicecaposervizio

Ermelina Ravelli
Ermelina Ravelli

Quanta strada ha percorso quella bambina che a 11 anni scendeva a piedi da Vissone a Pian Camuno e lì prendeva il treno verso Breno per frequentare la scuola di avviamento professionale a indirizzo commerciale. Allora si chiamava Ermellina con due elle (della seconda si è poi ufficialmente liberata perché non le piaceva l’idea di essere «la moglie dell’ermellino») e ancora, ovviamente, ignorava che sarebbe diventata la «preside passionaria», come ama definirsi (con due esse) ancora oggi che è in pensione e i 42 anni di lavoro all’Istituto Capirola di Leno, di cui 32 alla dirigenza, sono un capitolo chiuso – ma mai dimenticato, come dimostrano anche i suoi interventi pubblici, ruvidi e acuti, su molti temi legati alla scuola e ai giovani.

Quel che invece già sapeva da bambina è che la scuola può cambiare la vita. Lo diceva sempre mamma Cecilia, rimasta vedova con dieci figli da crescere e una piccola trattoria da mandare avanti nella frazione del paese di montagna: chi di voi ha le capacità, studi; io sono pronta a indebitarmi perché l’istruzione rende liberi. «Le parole, l’esempio di mia madre e la povertà sono stati il mio sprone», ricorda oggi Ermelina Ravelli. Che dunque si è messa in cammino.

Ma com’è arrivata la scolaretta della Valcamonica a dirigere un istituto da tremila studenti nella Bassa bresciana?

Dopo l’avviamento ho fatto ragioneria a Darfo e poi l’università, Economia e commercio all’università di Parma che all’epoca aveva una sede a Brescia. Frequentavo pochissimo anche perché nel frattempo avevo iniziato a insegnare: prima matematica e scienze alle medie sul lago d’Iseo, in seguito ragioneria all’Istituto Olivelli di Darfo, proprio dove avevo studiato io.

L’insegnamento, però, non è l’unica strada imboccata da Ermelina, che da studentessa delle superiori aveva anche preparato gli operai del cotonificio Olcese di Piancogno e i maestri di sci di Montecampione agli esami di terza media («tutti promossi!»). Laureata pure in Giurisprudenza, infatti, fa pratica da un notaio fino a sostenere lo scritto del concorso («ma non era il mio lavoro»); e, ancora, frequenta il corso per l’esame per dottori commercialisti, che peraltro incrocerà in modo decisivo la dimensione degli affetti: uno dei docenti è Giuseppe Facchi, suo futuro marito («me lo presentò una comune amica di Bagnolo Mella e pensai: mia mal»). Si sposano il 21 dicembre 1976, nello stesso giorno in cui Ermelina sostiene l’esame. «Sono passati cinquant’anni – commenta – cinquant’anni di matrimonio, che miracolo».

Due anni dopo comincia l’avventura del Capirola.

Sono stata io a proporre al Comune di Leno la creazione di una scuola in una zona che, pur essendo un importante crocevia viabilistico, ne era priva. Serviva l’appoggio di un altro istituto, così mi sono rivolta all’Abba di Brescia che ha acconsentito all’apertura di una sede distaccata. Anche l’allora provveditore agli studi Santilli ha creduto nell’iniziativa e altre istituzioni – la Provincia, il Ministero – l’hanno sostenuta. Siamo partiti con una sezione, siamo arrivati a tremila studenti in due sedi (Leno e Ghedi) e 15 indirizzi, dai licei ai professionali, più il serale che ho fortemente voluto – posso dire che è stata una battaglia vinta.

Una veduta dell'Istituto Capirola
Una veduta dell'Istituto Capirola

Come sono stati gli inizi?

Non facili, soprattutto dal punto di vista politico: c’era chi mi dava della comunista perché mi presentavo in classe con gonnellona di jeans e zoccoli. Da insegnante, sono stata anche sottoposta a tre ispezioni, andate tutte bene. Con le famiglie, invece, non ci sono stati problemi: per lo più contadine, avevano fiducia nella scuola, ci tenevano che i figli venissero anche quando organizzavo lezioni facoltative di domenica all’oratorio. Dieci anni di insegnamento, uno di presidenza all’Istituto Einaudi di Chiari dopo aver vinto il concorso («mi stupii che i candidati fossero soprattutto maschi») e infine il ritorno al Capirola come dirigente. Ermelina Ravelli è ormai completamente dedita scuola: «la mia gabbia dorata».

Che cosa significa?

Che avrei potuto seguire fino in fondo l’altro percorso, guadagnando anche di più. Ma la scuola dà una grande possibilità: lavorare con i giovani per il futuro, ovvero investire sui giovani in vista di quando noi non saremo più giovani, in generale lavorare per tutta la comunità.

E in tanti anni come ha visto cambiare i giovani e la scuola?

I giovani sono cambiati com’è cambiato il mondo. Viene subito da pensare ai mutamenti più recenti, ovvero alle nuove tecnologie, con i social che hanno stravolto le abitudini; prima però va citata l’immigrazione: io ho sempre accolto tutti, subendo anche delle critiche, e facevo formazione pure per le mamme degli studenti stranieri, di mattina perché la sera non potevano uscire. Ho addirittura mandato a monte un matrimonio combinato con la collaborazione della questura di Brescia, suggerendo a una giovanissima studentessa destinata a sposare un vecchio nel suo paese d’origine di nascondersi addosso un cucchiaino per far suonare il metal detector dell’aeroporto, dove c’erano due poliziotti pronti a intervenire. Ma c’è ancora molto da fare: nelle classi ormai multiculturali servono mediatori sui quali la scuola deve investire di più.

Studenti e nuove tecnologie
Studenti e nuove tecnologie

E le famiglie come sono cambiate?

La sera, quando si ritrovano a casa, ognuno si isola davanti al proprio schermo. Le madri sono spesso iperprotettive e un po’ invadenti, i padri tendenzialmente assenti nella scuola. D’altra parte, anche nel corpo docente mancano i maschi: il 90% degli insegnanti sono donne e questo non va bene. Però voglio allargare il discorso: come vengono selezionati i docenti? C’è chi crede erroneamente che salire in cattedra gli dia il diritto di fare tutto quel che vuole. Certo oggi è più difficile che mai fare l’insegnante, serve una forte motivazione.

Anche a fronte di una retribuzione poco allettante.

Lo stipendio è basso per chi lavora davvero, non per chi interpreta la docenza come un ripiego cui dedicarsi meno possibile se non addirittura un secondo lavoro. Ma agli studenti non la si fa: per essere rispettati non basta essere severi, bisogna esserci davvero, spiegare. E io, da preside, ho sempre fatto i miei controlli. C’è poi il grosso problema del sostegno, soprattutto quando lo studente non si trova in una condizione grave e dunque può migliorare, quindi tocca all’insegnante impegnarsi in tal senso, cosa che purtroppo non sempre avviene sia per impreparazione sia per negligenza. Anche su questo al Capirola ho controllato e agito di conseguenza.

Ma oggi di cosa hanno bisogno i ragazzi?

Insegnare significa saper intercettare lo sguardo di ritorno della classe. Gli studenti, poi, portano in classe la loro vita, quindi i docenti dovrebbero guardarli negli occhi, mettergli una mano su una spalla, chiamarli per nome e non per cognome, come li chiamavo io che li conoscevo tutti, in particolare quelli che facevano le vasche nei corridoi perché venivano spesso mandati fuori durante le lezioni. Li portavo nel mio ufficio e gli chiedevo: cos’hai combinato stavolta? Facendo sempre attenzione a non offenderli perché un ragazzo offeso si porta dentro la ferita e c’è il rischio concreto che abbandoni la scuola. Bisogna infine saper intercettare il bullismo, non è così difficile per un insegnante. Io su questo tema ho coniato uno slogan: «bullo filmato, bullo fermato». Per finire sugli insegnanti, sono convinta che possano fare la differenza anche nel contesto del calo demografico: classi meno numerose consentono un insegnamento più personalizzato, a patto che i docenti siano motivati.

Ermelina Ravelli durante un incontro al GdB - © www.giornaledibrescia.it
Ermelina Ravelli durante un incontro al GdB - © www.giornaledibrescia.it

E cosa pensa delle riforme a cui la scuola viene sistematicamente sottoposta (anche quest’anno ci sono diverse novità)?

In generale si tratta di operazioni collaterali rispetto al compito fondamentale della scuola, che è l’insegnamento del senso critico.

Ora che è in pensione, le manca la sua quotidianità scolastica?

Moltissimo, ma ci sono mamme che mi portano ancora i figli per un consiglio (anche se poi magari sono i ragazzi a dirmi: parli con mia madre. E hanno ragione). Poi seguo (a dire il vero da vent’anni) un asilo sulle Ande in Ecuador e sto per partire per New York dove mio figlio Giancarlo lavora come matematico: è venuto una volta in gita scolastica con gli studenti del Capirola e mi ha detto che lui avrebbe vissuto lì.

La soddisfazione più grande dei suoi anni a scuola?

Due studentesse indiane che ricordo quando erano impegnate nell’alfabetizzazione ora insegnano ad Harvard.

La maggior fatica?

Gli attacchi di chi criticava l’accoglienza agli stranieri. Poi il trauma dell’8 settembre 1978, quando un incendio nella scuola ha fatto danni enormi, mandando in fumo l’archivio: ho pianto come se fosse bruciata casa mia, per fortuna il Ministero ci ha dato un consistente aiuto economico per ripartire.

Ora sta per cominciare un nuovo anno scolastico. Vuole dire qualcosa agli studenti, alle famiglie, ai docenti?

Ai docenti di tirar fuori il talento degli studenti, piuttosto che riempirli di nozioni. Devono lavorare come delle ostetriche. Alle famiglie di sostenere la scuola. Ai ragazzi di non sentirsi mai di serie B, di non sottovalutarsi mai, anche quando qualcuno dice loro che sono incapaci, li maltratta. L’importante è che facciano tutto quello che è nelle loro possibilità.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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