Per anni il dibattito sulla sicurezza dei minori online si è concentrato su una domanda: a quale età si dovrebbe poter aprire un account su Instagram, TikTok o Snapchat? Il report «Child Safety Online: Protecting and Empowering Minors in a Digital World», consegnato nei giorni scorsi alla Commissione europea, propone invece di cambiare prospettiva. La questione non è soltanto quando un ragazzo possa accedere a un social network, ma se quel social sia stato progettato pensando alla sua sicurezza.
È questo il principio che attraversa le 156 pagine del documento elaborato da uno «Special panel» di esperti istituito dalla Commissione europea e che potrebbe orientare una futura proposta legislativa. L’obiettivo non è solo introdurre limiti d’età più efficaci o sistemi di verifica più rigorosi, ma ridefinire le responsabilità nella tutela dei minori, spostando il focus dalle famiglie e dai ragazzi alle piattaforme digitali.
Il report parte da un presupposto semplice: se alcune caratteristiche dei social media, dagli algoritmi di raccomandazione allo scroll infinito, fino alle notifiche progettate per mantenere alta l’attenzione, contribuiscono ad aumentare l’esposizione dei minori a contenuti dannosi o a un utilizzo eccessivo delle piattaforme, allora la sicurezza non può dipendere esclusivamente dall’età degli utenti.
Dibattito europeo
L’attenzione dell’Unione europea verso la sicurezza dei minori online non nasce dal nulla. Negli ultimi anni il dibattito si è spostato dagli effetti generici del tempo trascorso online al ruolo che le caratteristiche stesse delle piattaforme possono avere sul comportamento degli adolescenti. Cyberbullismo, molestie online, adescamento e diffusione di contenuti dannosi sono diventati inoltre tra i principali motivi di preoccupazione delle famiglie e delle istituzioni.
A confermarlo è anche il Flash Eurobarometer condotto nei ventisette Stati membri, secondo cui la sicurezza dei minori online rientra tra le priorità indicate dai cittadini europei. Quasi due terzi degli intervistati si dichiarano inoltre favorevoli all’introduzione di regole europee che prevedano limiti di età per l’accesso ai social media.
A questi dati si aggiungono quelli raccolti durante i lavori dello «Special panel» istituito dalla Commissione europea. Secondo l’Eurobarometro pubblicato nel giugno 2026, i giovani europei trascorrono in media 4,5 ore al giorno davanti agli schermi nei giorni di scuola e oltre sei ore nei fine settimana, mentre il 14% degli adolescenti dichiara di superare le dieci ore quotidiane.
È in questo contesto che si inserisce il report, chiamato a fornire alla Commissione europea indicazioni su come rafforzare la tutela dei minori senza limitarsi a introdurre nuovi divieti.
Che cos’è il report e come nasce
Il «Child Safety Online» prova dunque a delineare una strategia comune per la tutela dei minori nello spazio digitale. Consegnato il 13 luglio 2026 alla presidente Ursula von der Leyen, il report non ha valore normativo, ma rappresenta la base da cui Bruxelles intende partire per elaborare una proposta legislativa attesa dopo l’estate.
Lo «Special panel» era stato annunciato dalla stessa von der Leyen durante il discorso sullo Stato dell’Unione del 2025, con l’obiettivo di affrontare un tema sempre più centrale nel dibattito europeo: come garantire ai minori un’esperienza digitale più sicura senza escluderli dai benefici offerti dalle tecnologie. I lavori si sono svolti tra marzo e giugno 2026 e sono stati coordinati da Maria Melchior, epidemiologa e direttrice di ricerca dell’Institut national de la santé et de la recherche médicale (Inserm) francese, e da Jörg M. Fegert, direttore del Dipartimento di Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza del Centro medico universitario di Ulm. Il risultato è un rapporto che raccoglie evidenze scientifiche e propone una serie di raccomandazioni.
Le proposte
Il principio che attraversa l’intero report è semplice: la sicurezza dei minori non può dipendere solo dai comportamenti dei ragazzi o dalla capacità dei genitori di controllarne l’attività online. Sono le piattaforme a dover dimostrare di aver progettato servizi sicuri fin dall’origine (child safety by design).

Per gli esperti questo significa ripensare alcune delle caratteristiche che oggi definiscono molti social. Tra le raccomandazioni figurano la limitazione dello scroll infinito, la riduzione delle notifiche progettate per favorire un utilizzo compulsivo, una maggiore trasparenza degli algoritmi e verifiche indipendenti sull’efficacia delle misure adottate per proteggere i minori.
In questa prospettiva, anche la verifica dell’età cambia significato: non rappresenta più la soluzione principale, ma uno degli strumenti necessari per garantire un’esperienza digitale adeguata ad ognuno. Il report sostiene l’adozione di sistemi europei di age verification rispettosi della privacy, capaci di confermare soltanto se un utente possieda l’età richiesta per accedere a un servizio.
Il documento non propone dunque un divieto generalizzato d’accesso ai social media, ma un modello graduale che tenga conto delle diverse fasi dello sviluppo dei minori. Fino ai tre anni l’esposizione agli strumenti digitali dovrebbe essere evitata; tra i tre e i dodici anni l’accesso dovrebbe essere limitato a servizi progettati specificamente per i bambini o dotati di elevate garanzie di sicurezza; dai tredici anni in poi, invece, l’utilizzo dei social network dovrebbe essere progressivo e subordinato al rispetto di precisi standard di sicurezza da parte delle piattaforme.
Accanto agli interventi normativi, il report richiama infine la necessità di investire nell’alfabetizzazione digitale di bambini, adolescenti, genitori e insegnanti. La formazione, sottolineano gli esperti, resta una componente essenziale della tutela dei minori, ma non può sostituire la responsabilità di chi progetta e gestisce gli ambienti digitali.
Il cambio di paradigma
Il merito principale del report non è quello di proporre nuove regole, ma di cambiare il modo in cui viene affrontato il problema della sicurezza dei minori online. Per anni il dibattito si è concentrato quasi esclusivamente sugli utenti: a quale età un ragazzo può iscriversi a un social network? Quanto tempo dovrebbe trascorrere davanti allo schermo? Quale ruolo devono avere i genitori? Lo Special Panel invita invece a partire da una domanda diversa: le piattaforme sono progettate per essere sicure per un ragazzo?
Questa nuova prospettiva implica un cambiamento profondo. Se alcune delle principali funzionalità dei social network contribuiscono ad aumentare l’esposizione dei minori a rischi come cyberbullismo, dipendenza o contenuti dannosi, allora la sicurezza non può dipendere soltanto dall’età degli utenti o dalla capacità delle famiglie di controllarne l’utilizzo. Per questo la verifica dell’età non è più una soluzione sufficiente: impedire a un dodicenne di aprire un account non rende automaticamente più sicuro un social network. Il rischio, osservano gli esperti, è che il dibattito si concentri su chi può entrare, lasciando in secondo piano il modo in cui gli ambienti digitali sono costruiti. È proprio qui che il report introduce la sua novità più significativa: spostare la responsabilità alle piattaforme. La sicurezza deve dunque diventare una caratteristica del prodotto.
Se questo principio dovesse tradursi in norme europee, le piattaforme potrebbero essere chiamate a dimostrare, con dati e verifiche indipendenti, che le proprie scelte di progettazione riducono concretamente i rischi per i minori. Il vero tema infatti non è decidere se i minori debbano stare o meno sui social che sono ormai parte della loro vita quotidiana. La questione è se l’Europa sia disposta a chiedere alle piattaforme di cambiare il proprio modello di progettazione. Per anni ci siamo chiesti se i ragazzi fossero abbastanza maturi per usare i social. Il report suggerisce che dovremmo iniziare a chiederci se siano i social a essere abbastanza sicuri per essere usati dai ragazzi.



