Storie

Rimuovere le barriere sul lavoro: il mestiere del «disability manager»

Intervista alla bresciana Valentina Facchinetti, che svolge questa professione in una cooperativa: «Troppo spesso ci si aspetta ancora che sia la persona con disabilità a doversi adeguare al contesto lavorativo»
Marco Papetti

Marco Papetti

Giornalista

Una persona con disabilità sul luogo di lavoro
Una persona con disabilità sul luogo di lavoro

Le persone con disabilità, purtroppo, incontrano ancora nella loro quotidianità ostacoli di diverso tipo. Fisici, ma non solo. Anche il luogo di lavoro può trasformarsi, in alcuni casi, in uno spazio difficile da frequentare. Barriere di varia natura possono infatti rendere l’attività lavorativa complessa e frustrante. In loro aiuto, però, viene una figura professionale nuova, il disability manager. Che si occupa proprio di aiutare le persone con disabilità a superare difficoltà (tangibili e non) sul posto di lavoro, ma anche di formare colleghi e datori sul tema dell’inclusione lavorativa. Esistono master appositi per diventare «manager della disabilità», e la Lombardia è tra le Regioni italiane che riconoscono una certificazione ad hoc per chi svolge questo ruolo. Abbiamo chiesto alla bresciana Valentina Facchinetti, disability manager in una cooperativa e in libera professione, di raccontarci le caratteristiche di questa particolare professione.

Dottoressa, cosa fa un disability manager?

Sintetizzando, si può dire che il disability manager sia colui o colei che si occupa di facilitare la partecipazione e la valorizzazione delle diversità nei contesti aziendali. È una figura un po' a geometria variabile, a seconda della dimensione e della tipologia dell’ente in cui lavora – che può essere una cooperativa, un’azienda o la pubblica amministrazione. Il disability manager facilita e coordina i processi che puntano a rendere l'ambiente di lavoro più accogliente rispetto alle diversità, in modo che tutti i lavoratori abbiano la possibilità di esprimere le proprie competenze e capacità al meglio.

Nel concreto poi come si declina l’attività del disability manager?

Il processo di inclusione delle persone con disabilità va dalla fase di ricerca e selezione fino a quella di sviluppo delle competenze: quindi, ad esempio, scrive il progetto di inclusione che ha per protagonista la persona con disabilità, individua i tutor che la seguono durante l’inserimento e, soprattutto, mappa le barriere che potrebbero ostacolare la persona già nella fase della ricerca e della selezione. Ma il disability manager si può anche occupare del tema della disabilità sopravvenuta durante il rapporto di lavoro: quindi una persona che a un certo punto, in ragione dell'invecchiamento o di altri fattori, acquisisce delle caratteristiche per cui può rientrare nella categoria della disabilità.

Valentina Facchinetti
Valentina Facchinetti

Vi occupate anche di segnalazioni per problemi interni alle aziende?

Sì, il disability manager è una figura a cui una persona con disabilità si può rivolgere se nota di non essere abbastanza inclusa. Poi ovviamente dipende dal mandato che gli viene dato. Per esempio, io svolgo questo lavoro in una cooperativa sociale e capita che siano le stesse persone con disabilità a chiedermi, per esempio, se si possa fare qualcosa per modificare la sua postazione di lavoro in modo da adeguarla meglio alle esigenze specifiche, che possono anche cambiare nel tempo. A quel punto allora si procede a fare qualcosa.

Lei come si come si è avvicinata a questa professione?

Io sono laureata in scienze politiche, un ambito che può sembrare molto distante. Finiti gli studi, i miei primi lavori sono stati nell’ambito sociale, in particolare in un’agenzia lavoro, dove mi sono occupata di politiche attive, tra cui quelle rivolte alle persone con disabilità. Si cercava di favorire, per loro, l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. Durante quell'esperienza si è partecipato ad un bando di una fondazione, per cui c'è stata l'occasione di affinare le competenze attraverso un corso formativo e ho ottenuto la certificazione regionale. Ho fatto anche un master alla School of management di Torino per aggiungere altri tasselli alla mia formazione. Da lì non ho più smesso di formarmi: l’ultimo corso l’ho fatto sulla facilitazione linguistica. 

Quali sono le criticità con cui si confronta più spesso un disability manager?

La maggiore è la barriera culturale. Io sono dipendente di una cooperativa ma anche libera professionista, e in quest’ultima veste faccio consulenza e formazione agli enti e alle aziende su questi temi: mi sono accorta che la disabilità è ancora coperta da tanti «bias», viene guardata con pietismo o come una questione legata quasi esclusivamente all’ambito medico. Il parallelismo tra malattia e disabilità resta la criticità principale: spesso le persone che partecipano alle formazioni sono un po' resistenti rispetto all'assunzione di persone disabili, perché una delle tipiche frasi è «non ci sono posti disponibili adeguati». In questo modo si generalizza e non si ragiona sul tema fondamentale, che è quello delle barriere: non ci si può aspettare che sia soltanto la persona con disabilità ad adeguarsi al cento per cento a un contesto lavorativo dato per assodato, ma bisognerebbe domandarsi se il luogo in cui si lavora sia pensato anche per persone con disabilità. E, nel caso non lo sia, cercare di lavorare sulle barriere: barriere architettoniche, ma anche culturali e sensoriali. 

Cosa, invece, le ha dato più soddisfazione in questo lavoro?

Sicuramente il fatto che dopo i corsi di formazione alcuni partecipanti mi abbiano raccontato di aver iniziato a chiedersi cosa potrebbe ostacolare il percorso di inclusione delle persone con disabilità nella realtà in cui lavorano. Un’altra soddisfazione è aver capito di poter essere utile un po' a tutto tondo nell’ambito delle diversità. 

Cosa consiglierebbe a una persona che volesse fare questo mestiere?

Sul percorso di laurea da seguire non ho un consiglio particolare, visto che io ne ho uno sui generis. Ma sicuramente chi ha una laurea in scienze dell’educazione parte già molto avvantaggiato. Di certo i master in Disability management sono estremamente utili. Un consiglio che mi sento di dare è però quello di lavorare nel sociale, e le cooperative di tipo B, quelle che si occupano dell'inserimento lavorativo delle persone rientranti nelle categorie di «svantaggio», sono il posto giusto da dove partire. In generale, però, la cosa più importante è il confronto con le persone con disabilità: anche i progetti di inclusione vanno creati e gestiti insieme a loro e alle reti di associazioni che le rappresentano. Una cosa che a me ha aiutato tantissimo, per esempio, è stata la lettura di libri scritti da persone con disabilità su questi temi. Credo che sia la loro la prospettiva più corretta da cui guardare questo ruolo. 

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