Paola era la principessa di papà, la terzogenita dopo due maschi. Quando nacque, suo fratello maggiore aveva 17 anni, quello di mezzo 14. Paola non è il suo vero nome, ma quello utilizzato per garantirle anonimato e consentirle di raccontare la sua storia senza paura. «Sono nata a Brescia in una famiglia dove sono stati sempre importanti determinati valori. Mio padre aveva amici sia nel mondo cattolico sia in quello dell’educazione, mia mamma invece era la classica donna di quegli anni, una casalinga, cresciuta in un contesto di un certo tipo».
Paola arrivò per ultima, la sua nascita non era prevista. Sua madre non glielo nascose: «Mi ripeteva che quando era rimasta incinta di me aveva pianto tanto». Questa cruda realtà ha posto un piccolo seme nel cuore di Paola, che crebbe sentendosi non voluta, non desiderata, non amata. Per questo ha sempre cercato di diventare la figlia perfetta: brava a scuola, brava a casa, obbediente.
La scoperta della verità
«Ad un certo punto mi ribellai. Avevo 19 anni e cominciavo a non reggere tutta la confusione emotiva che mi circondava. Una sera, rientrata tardi senza dirlo, mio padre mi aspettava fuori dalla porta di casa, mi portò dentro e mi raccontò che aveva sposato mia madre solo perché era rimasta incinta. Non c’era amore».
Paola soffriva e cominciò così a ricordare episodi passati: «Da bambina avevo assistito ad una scena davanti alla chiesa. Mia madre si picchiava con un’altra donna. Un’altra volta mio papà mi portò a casa di una signora, che mi fece anche dei regali». La vita non le ha dato però tempo per sistemare i pezzi: «Non ho avuto tempo di reagire perché lui si ammalò e morì. Non ho avuto tempo di concentrarmi su queste cose. Poi restai incinta, ma persi il bambino. Sono stati 10 anni in cui non ho avuto tempo per pensare. Avrei voluto studiare chimica o farmacia, ma papà era morto e dovevo lavorare».
La dipendenza
Paola si è sposata presto: «So che non è stato un matrimonio d’amore, ma dopo la morte di mio padre il mio mondo crollò. Avevo bisogno di equilibrio. Poi quando avevo 30 anni è morta anche mia suocera. Quel pomeriggio trovai una birra in casa. Bevvi e mi sentii finalmente placare tutto quel dolore». Da quel momento, per 15 anni la dipendenza dall’alcol è stata blanda, fino a diventare devastante negli ultimi due anni, con consumi quotidiani e decine di lattine al giorno. L’alcol anestetizzava i pensieri e le sensazioni difficili, ma mentre cercava di aiutarsi, Paola si stava distruggendo.
«Negli ultimi due anni bere era un rito quotidiano. Finivo alle 14 di lavorare, compravo 18 lattine di birra e cambiavo spesso negozio. Quando arrivava mio marito io o dormivo o vomitavo, e avevo sempre una scusa».
Consapevolezza
Nel 2012 Paola investì con la sua automobile una signora, che fortunatamente non si fece male. «Nell’ultima settimana prima di prendere in mano la situazione sono caduta tre volte, perdevo l’equilibrio, avevo lividi e la reputazione compromessa». Paola cominciò così a frequentare gli incontri degli Alcolisti Anonimi: «Il metodo dei 12 passi fa lavorare su sé stessi. Il fine unico non è cambiare la persona, ma migliorarla. Mi ha insegnato a vivere senza farmi sopraffare».
Oggi Paola non beve da 13 anni e si impegna ogni giorno per mantenere la promessa fatta a sé stessa: amarsi di più. «Finalmente ho ritrovato la serenità, guardo quello che ho e sono contenta».
«Ho capito che mio marito, senza tante parole, ha preso in mano la situazione. Ora so di avere un compagno e spero di essere diventata una compagna. Questa mancanza d’amore non c’è più, e la dipendenza da alcol maschera sempre una dipendenza dalle persone. Ora so che mi basto da sola, di questo sono sicura».



