Com’è un incontro degli alcolisti anonimi

Entri con negli occhi le scene dei film americani, esci con una sensazione che ti riempie il cuore. Una riunione degli Alcolisti anonimi è un’esperienza intensa: ti trovi di fronte a persone che con le parole raccontano la loro storia, ma è solo una parte di ciò che portano all’incontro settimanale, attraverso i gesti e gli sguardi si percepisce forza, dolore, fierezza, voglia di vivere e, poi, la tensione che si allenta. Per ultima arriva la gioia. È la contentezza di stare insieme, aiutarsi, lasciare la pesantezza a quel tavolo e celebrare il momento con un caffè, caramelle, dolcetti e qualche battuta scherzosa, ovviamente in tema, come quando il «caffè corretto» è quello zuccherato.
La riunione
Gli alcolisti raccontano le salite e le cadute, il piacere del servizio all’interno dell’associazione e quella guardia che non va abbassata. Il primo passo è l’ammissione di essere alcolista: l’esordio di ogni intervento, infatti, è uguale per tutti, la presentazione con il solo nome seguita da «sono un alcolista». Ed è così ogni volta, anche se ci si frequenta da tempo. Si riconosce di avere una dipendenza, di avere «una malattia che non guarirà». E solo così arriva l’accettazione.
Al tavolo siamo in 11, 9 alcolisti e due ospiti, si parte con la lettura di uno dei 12 passi e si continua con il racconto personale. Tutti sostengono che finché si sono raccontati di non essere alcolisti, di non avere un problema, di poter gestire tutto, non sono riusciti a smettere.
Maria non ha più di 40 anni e racconta di essere arrivata alle prime riunioni ubriaca e in lacrime, Giovanna di aver rimandato per settimane. Tutti hanno smesso, anche se poi, qualcuno, ci è ricaduto. E rialzato. Matteo cominciava a bere alle 6 del mattino con caffè corretto, Giovanna solo la sera e, il giorno dopo, in preda a nausea e mal di testa, pregava per non farlo più, ma poi ci ricascava quando il malessere era solo un ricordo.
Ognuno ha il suo vissuto, tutti dicono di aver trovato nelle riunioni un’ancora di salvezza, persone non giudicanti che li hanno accolti, che mai li hanno cacciati, nonostante si presentassero alterati dall’alcol, che li hanno sostenuti in maniera concreta. E a tutte le ore.
L’incontro

Ma cosa porta a partecipare alla prima riunione? Matteo ha trovato il numero lasciato sul tavolo dalla moglie e dalla sorella, Giulio lo ha letto sul giornale dopo essere stato dal medico che gli aveva prescritto un farmaco che aiuta a smettere e consigliato di «limitarsi a un bicchiere di whisky davanti alla tv», Claudia ha raccontato di essere arrivata alle riunioni solo perché temeva, dopo essere caduta e aver rimediato qualche livido sul volto, di venir scoperta e di perdere lavoro. Le donne, infatti, spesso, bevono da sole in casa.
«Ero stimata nello studio prima e, poi, nel lavoro – dice Maria –, potevo non bere per l’intera giornata, ma quando cominciavo non riuscivo più a smettere finché non crollavo». La svolta è stata ammettere la dipendenza.
C’è chi ha smesso da quasi 30 anni, chi da 10 o due, ma tutti devono gestire le occasioni sociali. Come si fa? Mario sceglie la via diretta: «Dico di frequentare un gruppo di mutuo aiuto e così ho trovato anche un grande sostegno»; Ugo si dichiara astemio e Matteo ai matrimoni fa finta di niente e lascia il bicchiere pieno davanti al suo piatto. Il capitolo medicine, però, non è facile perché molte, come gli sciroppi per la tosse, contengono alcol. E allora bisogna chiedere alternative.
Gli Alcolisti anonimi sono persone consapevoli del passato e della loro debolezza nei confronti dell’alcol; hanno imparato, esattamente come quando si fa terapia, a «pensare al loro benessere». «Se smetti per gli altri – dicono Matteo e Giulio, i due veterani che non bevono da 27 e 28 anni – ci ricaschi: lo devi fare per te stesso».
Entrando in questa «seconda parte della vita» gli alcolisti vivono giorno per giorno, un saluto che si rivolgono spesso, infatti, è «Serene 24 ore».
La riunione si conclude sempre nello stesso modo: dopo la discussione c’è il passaggio di un cestino nel quale ognuno dona liberamente quel che può per sostenere il gruppo (bisogna acquistare acqua, caramelle, caffè e, soprattutto, pagare l’affitto) dato che non ci sono altre entrate, e la preghiera, aconfessionale, finale. Segue il caffè, le chiacchiere, i pasticcini e i sorrisi. E poi tutti a casa per ritemprarsi per le prossime 24 ore.
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