Storie

Dalle miniere ai pullman: Cesare Piardi testimone della Valtrompia

Per il 90enne di Pezzaze una vita passata nelle gallerie e a promuovere i luoghi del sacrificio e della tradizione
Alessia Tagliabue
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La vita in miniera di Cesare Piardi

Una vita che diventa storia, muovendosi lungo le sue coordinate: dalle miniere dell’alta valle fino a quelle dell’Africa nel secondo dopoguerra, per poi spostarsi lungo la Sp345 tra Pezzaze e la città alla guida dei pullman di linea e tornare infine come un boomerang alle gallerie del suo paese natale. Cesare Piardi - che, ammette sornione, «sicuramente ho avuto una vita movimentata» - e il Novecento dell’intera Valtrompia hanno camminato insieme.

Le origini

Nato nel 1936, figlio e nipote di minatori, «per i primi cinque anni della mia vita vedevo mio padre due volte all’anno – ha ricordato –: lavorava all’estero e quando tornava piangevo per ore perché non sapevo chi fosse quell’uomo in casa mia». Un lavoro duro, pericoloso anche e soprattutto per la silicosi, tra le principali cause di morte per chi trascorreva la vita in miniera. «In quegli anni c’è stata una moria di giovani in valle – ha spiegato Piardi – e le strade erano piene di donne vestite a lutto: era una morte brutta, i polmoni venivano bloccati dal silicio e diventano duri, smettevano di funzionare e i minatori morivano soffocati. È così che mio papà se n’è andato, non aveva neanche quarant’anni, e io sono diventato l’ometto di casa».

L’epopea

Piardi (a sinistra) in miniera
Piardi (a sinistra) in miniera

Un destino condiviso da tanti altri. «All’epoca si faceva tutti la stessa vita, ma c’era solidarietà: se i vicini di casa facevano un po’ di polenta in più te la portavano per pranzo, ci si guardava le spalle». Dopo qualche anno tra Pezzaze e Gardone in bicicletta per la scuola, per Piardi è arrivato il collegio.

«Di fatto, un orfanotrofio. Stavo in città da solo: anche qua le condizioni erano difficili, ma ho imparato a fare il falegname». Tornato a Pezzaze ai 18 anni, però, ad accoglierlo ha trovato lo stesso lavoro che era stato degli uomini della sua famiglia: coltivare la miniera, come si dice in gergo, prima a Bovegno, poi in Rhodesia nel 1956 e in Libano. «A quel punto ero fuochino, maneggiavo la dinamite: scappammo non appena si iniziò a sparare, venivano a chiederci gli esplosivi minacciandoci».

Dal Libano alla Svizzera

«È stato il mio ultimo anno in miniera: la galleria dove stavo lavorando ha subito un crollo, mi sono rotto la spina dorsale e sono stato in ospedale 373 giorni». Da lì in poi, lavorare in miniera è stato fuori discussione. «Ho iniziato a guidare i pullman in Triumplina. Un lavoro che ho amato e fatto per trent’anni, ma adattarsi dopo che hai vissuto la miniera è difficile: sottoterra sei responsabile tu della dinamite, della tua vita, di quella dei tuoi compagni insieme a te, e ti assumi i tuoi rischi. Ho amici che sono finiti in fabbrica: abituarsi ad avere un padrone sempre alle spalle dopo essere stato sottoterra non è semplice».

Il Parco

Accantonato il capitolo della miniera, le avventure però non sono diminuite: padre, nonno, bisnonno, falegname per passione, consigliere ed assessore in Comune per decenni, tra i promotori del gemellaggio con Peschadoires e poi tra quelli, insieme all’amico ex minatore Erminio Bregoli, del parco delle miniere di cui oggi fa parte la Miniera Marzoli.

«Tutto è nato nel 1999, ventisette anni dopo che la miniera non era più in funzione: per continuare a fare memoria e raccontare e ricordare chi erano i minatori – ha chiosato Piardi -. Erminio se n’è andato a causa della silicosi, gli è stata recentemente dedicata una galleria: oggi vengono a visitare i bambini, le famiglie, i curiosi, e la nostra storia continua».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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