Mary fa pace con la vita e da viziata ed egoista diventa altruista e sorridente; il cugino Colin, prepotente ed ipocondriaco, diventa forte e fiducioso: «Il giardino segreto» di Frances Hodgson Burnett rispecchia l’idea dell’autrice del giardinaggio come attività pedagogica e terapeutica sia dal punto di vista fisico che mentale. Ma è veramente così? Tutti gli appassionati di questa pratica ne esaltano i benefici, da chi ne sottolinea il potere di «svuotare la testa» a chi, invece, di «scaricare le tensioni» accumulate o di «aiutare a far chiarezza».
La psicologa
«Il giardinaggio può essere annoverato come una pratica legata alla mindfulness – dice la psicologa psicoterapeuta Anna Furanti –, pratica di consapevolezza che consiste nel portare l’attenzione ad un momento presente; viene usata molto in caso di ansia e stress. Si impara, quindi, ad osservare ciò che accade dentro e attorno a noi senza giudicarlo come positivo o negativo».

Se, solitamente, la pratica formale prevede di sedersi in silenzio concentrandosi sul respiro o sulle sensazioni fisiche, quella informale ci porta proprio alle azioni quotidiane, come camminare, mangiare o, appunto, curare giardino o balcone: «È una pratica che ci insegna a stare nel qui ed ora. Il giardinaggio può diventare una pratica di mindfulness perché invita a rallentare, osservare e prestare attenzione a ciò che si sta facendo. Si ha la possibilità di lasciare andare la quotidianità, la vita frenetica, e di concentrarti su gesti semplici, ma che hanno un grande significato come preparare la terra, seminare, travasare, togliere erbacce. Gesti concreti che obbligano a stare nel presente e a prendersi cura di sé stessi e del proprio tempo».
Il fatto che coinvolga quasi tutti i sensi rende il giardinaggio una delle porte d'accesso al presente: «Ci sono anche esercizi come sentire la consistenza della terra tra le dita, il profumi delle piante, osservare la forma e i colori, ascoltare il rumore dell’acqua o il vento: vista, tatto, olfatto e udito diventano un’ancora che ci fa stare nel presente».
Ma non è tutto: «Il giardino insegna una cosa importante, ovvero che non tutto può essere controllato: è una metafora della vita. Possiamo prenderci cura di noi stessi e fare del nostro meglio, ma imparare ad accettare che non possiamo controllare tutto. Quindi ogni gesto può diventare una pratica di presenza come toccare la terra, seminare, respirare, aspettare, accogliere e lasciare andare. Il giardino è uno spazio dove allenare la consapevolezza». Non è ancora tutto, c’è di più: «Il giardino ci ricorda che anche noi abbiamo bisogno di tempo, spazio e cura per crescere. E fiorire».

Andando oltre nel ragionamento, strappare le erbacce ci porta a un’attività che si può definire di liberazione: «È un pulire e, dunque, un prendersi cura. Come succede a noi quando vogliamo liberarci di parti che non stanno più funzionando: lo strappare le erbacce è un lavoro di cura per trasformare, noi come il giardino, in qualcosa di nuovo e più sano. La concentrazione che ci si mette, poi, aumenta la conoscenza di sé, come si vive quella cosa standoci».
Consiglio per approfondire: «Mindfulness in giardino» di Cindy Chapelle e Serge Schall, Edizioni «Il punto d'incontro», 2020




