Piante curative, cosa dice la scienza su tisane e fitoterapia

La malva è emolliente, la valeriana rilassa, la camomilla calma, ma se tenuta in infusione troppo a lungo agita, l’echinacea e il ginseng alzano le difese immunitarie, il timo è antibatterico e antipidocchi e la calendula è antinfiammatoria.
Se ne leggono e sentono di ogni sulle piante, ma sono tutte proprietà vere e verificate? Certo è che un tempo erano molto utilizzate, anche perché non c’erano alternative, e che alcuni farmaci sono stati sviluppati a partire da alcune piante, pensiamo al salice per l’aspirina o al chinino come antimalarico, ma non è tutto oro quello che luccica e ce lo spiega Andrea Mastinu, botanico e responsabile del laboratorio di botanica farmaceutica dell’Università di Brescia.
Professore la materia è molto ampia, le piante possono aiutare, ma sono anche pericolose.
Si dividono, infatti, tra benefiche e tossiche. Dobbiamo premettere che le piante non si possono muovere e per questo hanno sviluppato sistemi di difesa e attrazione: producono molecole, metaboliti secondari, per interagire con il mondo degli animali e degli insetti. Più un ambiente è vario e più le piante si arricchiscono di metaboliti secondari, per questo nelle zone pluviali e subtropicali si sono sviluppate le piante più ricche di queste sostanze.
E l’uomo si inserisce qui?
L’umanità ha sfruttato spesso i metaboliti secondari. Pensiamo alle piante psichedeliche, alla Salvia divinorum o alla Cannabis sativa che storicamente erano utilizzate per collegare il mondo divino a quello terreno. Non solo, l’uomo ha capito velocemente che se «stressa» la pianta ne incrementa i metaboliti secondari.
Quindi una pianta coltivata nel giardino di casa non ha gli stessi effetti di una cresciuta in un ambiente controllato?
Le condizioni nelle quali si sviluppa una pianta variano i metaboliti. Ed è il primo nodo della farmacologia. Il secondo è l’estrazione: quando devo estrarre un metabolita secondario dai tessuti vegetali devo usare metodiche più performanti e cioè con la resa la più alta possibile. Ogni specie ha un metodo estrattivo più adatto.
Un’altra caratteristica importante che determina il prodotto finale è la titolazione: oggi è importante conoscere la titolazione in termine di metaboliti secondari nell’estratto. Facciamo l’esempio con la Valeriana: se si acquista un estratto bisogna controllare se esiste la titolazione, soprattutto sull’acido valerenico contenuto nella radice. E poi bisogna controllare la provenienza delle piante, quelle coltivate in Ue sono più sicure, ricordiamo che le piante assorbono anche inquinanti.
Veniamo alle piante che sono utili per la salute.
Non sono tante le specie che sappiamo avere un effetto certo: l’Erba di San Giovanni, l’Iperico, è una di queste (per ansia, depressione, stanchezza ndr), come il riso rosso fermentato sul colesterolo contenendo statine. Al contrario non sempre la Valeriana ha un effetto su ansia e insonnia.
Perché?
L’effetto terapeutico non è legato sempre ad una singola molecola, oggi si ragiona anche in termini di fitocomplesso e cioè all’equilibrio e alla distribuzione di una famiglia di molecole che genererebbe il successo.
A volte si sente dire che tanto un preparato naturale non farà certo male...
Non tutto ciò che è naturale fa bene. Pensiamo alla Belladonna, tra le piante più velenose (era usata in passato per motivi estetici per dilatare le pupille, da qui il nome), all’oleandro o alla Digitalis purpurea (usata per la terapia dello scompenso cardiaco; in certe quantità è capace di fermare il battito cardiaco). Nel Novecento si è notato che alcune molecole contenute in parti vegetali agivano sui sistemi centrali, il sistema cardiocircolatorio o altro. Da questa osservazione si sono sviluppati farmaci ispirati a quelle molecole. Tra questi il paclitaxel, chemioterapico derivato dalla corteccia del Taxus brevifolia (altra pianta velenosissima).

Come orientarsi?
Abbiamo una grande storia farmaceutica. il punto di riferimento è questo.
Il suo consiglio?
Bisogna sempre informare il medico degli integratori o delle molecole naturali che si assumono anche perché molto spesso i metaboliti delle piante influiscono sul fegato, come il pompelmo, o abbassano l’efficacia di certi farmaci. E poi diffidare dalle pubblicità ingannevoli o da chi consiglia di sospendere certe terapie salvavita, come quelle oncologiche, per fare cicli di tisane o pratiche naturali. Per curare il tumore le piante non servono. Pare strano che un botanico parli male delle piante, ma è così.
Le piante sono importanti anche in quanto alimenti.
Danno molto proprio inserendole nella nostra alimentazione e soprattutto se si presta attenzione alla cottura e alla conservazione per averne il maggior beneficio. Pensiamo ai cavoli, alle brassicacee in generale (effetti antinfiammatori, antidiabetici e con proprietà antitumorali). Credo più all’effetto sinergico dell’alimentazione piuttosto che all’abbandono della chimica in favore della fitoterapia. Con le piante, concludendo, ci vuole buon senso e razionalità.
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