Storie

Il console croato sui luoghi delle Dieci Giornate: «Ricucito uno strappo»

Il rapporto difficile tra Brescia e i croati, legato al ruolo delle truppe durante i giorni che resero la città Leonessa d’Italia, ha trovato risoluzione grazie allo storico del Risorgimento Gianluigi Valotti
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

La visita del console croato sui luoghi delle Dieci Giornate di Brescia
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La visita del console croato sui luoghi delle Dieci Giornate di Brescia

Il console generale della Repubblica di Croazia a Milano, Stjepan Ribić, sta per terminare il suo mandato quinquennale, ma non prima di aver lasciato in eredità al prossimo o alla prossima console un prezioso tesoro di memoria e riconciliazione: una parte della storia bresciana raccontata attraverso 37 libri e un rapporto ricucito anche grazie a Gianluigi Valotti, ufficiale della Repubblica Italiana e storico del Risorgimento. È stato infatti Valotti a portare a Brescia diversi consoli stranieri per accompagnarli nei luoghi della memoria cittadina. E anche la visita del console croato è diventata un’occasione per rileggere una pagina dolorosa delle Dieci Giornate. Soprattutto riguardo al rapporto con i croati, che da tempo immemore sono percepiti dai bresciani come «i cattivi», per il particolare ruolo che ebbero durante le vicende risorgimentali cittadine. «Ho visto nei suoi occhi l’emozione di un bambino», racconta Valotti parlando della loro visita al cimitero Vantiniano e a Palazzo Loggia, dove il console ha incontrato anche l’assessore Valter Muchetti.

Gianluigi, perché è stato importante portare a Brescia anche il console croato?

Dopo aver portato a Brescia i consoli di Francia, Austria, Romania, Marocco e Ungheria per parlare loro del Risorgimento – perché Brescia non è solo romana e medievale – ci tenevo a portare qui anche quello della Croazia. Come persone, più che come storici, riteniamo che gli austriaci e i croati siano «cattivi», perché i croati durante il Risorgimento combatterono con l’Impero asburgico. Ma bisogna conoscere la storia.Le Cinque Giornate di Milano erano state vinte, dopodiché Carlo Alberto intraprese la guerra contro l’Austria. Il 23 marzo 1849 ci fu la battaglia di Novara, con la sconfitta dell’esercito piemontese, e nello stesso giorno a Brescia iniziò l’insurrezione che sarebbe passata alla storia come le Dieci Giornate. Il giorno dopo Carlo Alberto abdicò in favore del figlio Vittorio Emanuele II, che firmò con gli austriaci l’armistizio di Vignale. Brescia rimase così a combattere praticamente da sola e pagò lo scotto della situazione creatasi in Lombardia. Quando padre Malvestiti andò verso il Castello per trattare la resa delle Dieci Giornate, il generale austriaco Julius Jacob von Haynau disse: «Brescia va in mano ai croati». E fu lì la vera strage.

Com’è andata dunque la visita del console?

È stato un incontro-scontro. Ho dovuto ricucire lo strappo. L’ho portato a Palazzo Loggia a vedere il segno della bomba lanciata dal Castello. Ha voluto vederlo. Poi siamo andati alla Bella Italia, dono di Vittorio Emanuele. Gli ho mostrato tutti i luoghi degli scontri. E infine il monumento a Tito Speri al cimitero Vantiniano.

Che era di fatto il luogo che più gli interessava.

Sì. Perché lì è sepolto l’irlandese Johann de Lacy-Nugent (conosciuto come Giovanni Nugent), generale austriaco di brigata inviato da Mantova a Brescia per sedare le ribellioni. Dopo essere stato colpito a una gamba, non volle che gliela amputassero e morì a Brescia, donando tutti i suoi beni ai poveri dopo aver assistito al coraggio bresciano. Ha voluto fotografare il monumento, sul quale si legge: «Oltre il rogo non vive ira nemica». Il corpo del militare è stato poi traslato a Fiume: ora la sua tomba è lì, al castello di Tersatto, residenza del generale Laval Nugent, suo zio. Abbiamo visitato quindi tutto il Vantiniano, anche perché vicino a Nugent ci sono le fosse comuni delle Dieci Giornate. Del resto, molti nemici in quei frangenti morirono insieme. Esemplare è il caso di Carlo Zima e del croato che morì con lui tra le fiamme. Alla fine siamo andati davanti al monumento a Tito Speri. Il console ha così riconosciuto Brescia e i suoi eroi.

Cos’ha portato a casa da questa visita?

Ha voluto interiorizzare la memoria e la storia di Brescia, con i lati negativi ma soprattutto quelli positivi. Ho visto in lui la curiosità e l’emozione di chi scopre una storia che non conosce. Ha detto che la guerra non porta benefici, anche oggi, e che è sempre perché manca il dialogo. Ecco perché io e lui abbiamo voluto dialogare.

Ora lo incontrerà a Milano?

Sì, vuole che vada in Consolato per fare un gesto importante per Brescia e per me: mettere nella loro biblioteca tutti i miei 37 libri, in ricordo dei prodi bresciani. Perché ci sono molti nomi di suoi conterranei. Non vuole lasciare una traccia solo per lui, ma per tutti gli altri consoli che arriveranno.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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