Cimitero ma anche museo, la guida all’arte viva tra le tombe del Vantiniano

Il camposanto monumentale di Brescia, primo in Italia dopo l’editto napoleonico, è un percorso culturale en plein air: ecco come scoprirne la storia, le curiosità e i dettagli
Sara Polotti

Sara Polotti

Giornalista

Un dettaglio della tomba della famiglia Dossi Rampinelli Spalenza - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
Un dettaglio della tomba della famiglia Dossi Rampinelli Spalenza - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it

C’è una tomba, al cimitero Vantiniano di Brescia, che è un capolavoro del verismo italiano. In marmo, raffigura una vedova intenta a a entrare nel mausoleo dentro il quale è sepolto il marito e dal velo che le cade sulla testa, bordato di pizzo, sfugge qualche ciocca di capelli. Il volto è coperto dal fine tessuto e ricorda le forme sfuggenti eppure evocative del «Cristo velato» di Giuseppe Sanmartino a Napoli. La porta davanti a lei – particolare minuto che esalta la tensione del momento – è socchiusa. L’opera è degli anni Sessanta dell’Ottocento ed è stata scolpita da Giovanni Battista Lombardi, artista di formazione romana che l’ha eseguita per la famiglia Dossi Rampinelli Spalenza.

Lì vicino ce n’è un’altra che raffigura una donna e una giovane in preghiera (e lacrime). È coperta di polvere e in quel caso il marmo non è bianco. Come per il Lombardi, anche qui ci sono tensione, dolore, realismo e profondità. Una profondità così teatrale da suscitare coinvolgimento ed empatia anche a secoli di distanza.

Il dettaglio di una scultura tombale al cimitero Vantiniano di Brescia - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
Il dettaglio di una scultura tombale al cimitero Vantiniano di Brescia - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it

E così via: il cimitero monumentale di Brescia è punteggiato da sculture e opere d’arte. Sarà banale sottolinearlo, ma è un museo a cielo aperto, oltre che un luogo di memoria e preghiera. Come tutti i cimiteri, è pervaso da un fascino tenebroso e allo stesso tempo educato. Non è un caso se uno dei podcast più ascoltati in Italia negli ultimi anni sia «Camposanto» di Giulia Depentor, «dedicato a chi ama i cimiteri, a chi adora leggere le storie scritte sulle lapidi, a chi osserva con curiosità le fotografie sbiadite dal tempo». Qui chi ama questo tipo di luoghi può perdere tranquillamente qualche ora, se non qualche giorno. Anche perché ci sono i mausolei e le tombe delle famiglie più note e illustri di Brescia, oltre a quelle di personaggi storicamente fondamentali (a volte celebrati con monumenti funebri, ma non sepolti qui). Per esempio i Wührer, Tito Speri, Giuseppe Zanardelli…

Fortunatamente c’è la possibilità di iscriversi spesso e volentieri a visite guidate proposte da diverse associazioni ed enti, come quella a cui abbiamo partecipato noi, organizzata dalla Biblioteca comunale di Rezzato, cittadina legatissima a Rodolfo Vantini, l’architetto che ha progettato il cimitero e che proprio a Rezzato fondò la prima scuola professionale della Lombardia. Oltre che un architetto visionario, era anche un essere umano illuminato: aveva capito che le competenze dei tagliatori di pietra della zona (da Rezzato e dai paesi limitrofi arrivavano il marmo e gli altri materiali duri) potevano diventare ancora più complete insegnando loro l’arte scultorea e altre tecniche più fini e rendendoli così decoratori e scultori.

Il primo cimitero monumentale d’Italia

A lui è quindi legata la nascita del Vantiniano, a sua volta strettamente legata all’età napoleonica. Nel 1804 l’editto di Saint-Cloud impose che le sepolture avvenissero fuori dai centri abitati, separando la città dei vivi da quella dei morti. Una scelta dettata da ragioni igieniche, ma anche da una nuova idea di società, che vedeva nella morte un momento in cui le differenze di classe avrebbero dovuto attenuarsi. Nell’editto si diceva infatti anche che le tombe avrebbero dovuto essere tutte identiche, senza iscrizioni. Solo una commissione di magistrati avrebbe potuto decidere se far incidere sulla tomba un epitaffio, nel caso di sepolture di persone illustri e note.

A Brescia il dibattito fu particolarmente acceso. Proprio qui, nel 1807, Ugo Foscolo pubblicò il poema «Dei sepolcri», scritto in risposta alle implicazioni culturali e morali dell’editto. Se la legge tendeva a rendere anonime le sepolture, Foscolo rivendicava invece il valore della memoria come elemento fondante della comunità civile.

Nel 1808, quindi, il Comune di Brescia acquistò l’area destinata al nuovo camposanto e nel 1815 arrivò il progetto. A vincere il concorso fu un giovane architetto poco più che trentenne: Rodolfo Vantini. Quello che oggi vediamo è il risultato di quasi cinquant’anni di lavoro. Vantini continuò infatti a seguire il cantiere fino alla morte, trasformandolo progressivamente in un complesso monumentale ispirato ai grandi modelli del Neoclassicismo europeo.

Chi era Rodolfo Vantini

Nato a Brescia nel 1792 e formatosi all’Università di Pavia, Vantini è una delle figure più importanti dell’architettura lombarda dell’Ottocento. Il Vantiniano fu il progetto della sua vita, ma non l’unico. Lavorò in numerose città del Nord Italia, progettò palazzi, ville, chiese e monumenti e contribuì a definire il volto della Brescia moderna. Era affascinato dall’architettura classica e in particolare dall’armonia delle proporzioni greche e romane.

La chiesa di San Michele, al centro del complesso in via Milano, ne è un esempio evidente. È il fulcro ideale e architettonico dell’intero progetto di Rodolfo Vantini. È qui che si coglie meglio la sua ambizione, ovvero creare una vera e propria città della memoria. Fin dall’inizio l’architetto immaginò il camposanto come un insieme armonico, governato dalla simmetria e dai principi del Neoclassicismo, con la chiesa al centro di un sistema di portici, monumenti e percorsi studiati per accompagnare chi entra in un'esperienza non soltanto religiosa ma anche civile. L’edificio guarda apertamente all’architettura dell'antica Grecia e di Roma. Le colonne doriche prive di basamento, il frontone scandito da triglifi e metope e il rigore delle proporzioni richiamano i templi classici. Anche i materiali raccontano il legame con il territorio: la copertura non è metallica, come si potrebbe immaginare, ma realizzata in pietra proveniente dalle cave di Rezzato, lavorata dalle maestranze locali che Vantini conosceva e stimava profondamente.

La chiesa di San Michele al Vantiniano - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
La chiesa di San Michele al Vantiniano - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it

L'ispirazione arriva anche dal Pantheon di Roma e dall'opera di Antonio Canova. Non a caso l’architetto immaginava sepolture sobrie, che parlassero attraverso l’equilibrio delle forme più che attraverso l’ostentazione. La monumentalità doveva nascere dall’armonia dell’insieme, non dall’eccesso decorativo.

A decorare l’interno della chiesa fu chiamato lo scultore bolognese Democrito Gandolfi, allievo dell’Accademia di Brera e collaboratore di Vantini per diversi anni. A lui si devono la statua di San Michele Arcangelo collocata sull’altare, i busti dei santi inseriti nelle nicchie del tamburo e i grandi leoni che sorvegliano la scalinata d’accesso. Gandolfi realizzò queste opere tra gli anni Venti e Trenta dell’Ottocento. All’interno – dettaglio curioso – compaiono anche figure particolarmente legate alla storia religiosa bresciana, come san Faustino, sant’Alessandro e sant’Angela Merici. Secondo la tradizione, per alcune di queste sculture Gandolfi avrebbe utilizzato come modelli persone realmente esistite, tra cui il generale Teodoro Lechi e sua moglie.

Osservata oggi, la chiesa di San Michele appare come il manifesto delle idee di Vantini: ordine, memoria, decoro e continuità tra arte e vita civile. È il punto da cui si irradia tutto il Vantiniano. Quando l’architetto morì, nel 1856, il grande faro monumentale del cimitero era già diventato uno dei simboli più riconoscibili della città.

Il faro al centro del cimitero

Il cimitero Vantiniano di Brescia - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it
Il cimitero Vantiniano di Brescia - Foto New Reporter Nicoli © www.giornaledibrescia.it

A proposito del faro: si trova alle spalle della chiesa di San Michele ed il monumento forse più riconoscibile dell'intero complesso. È una gigantesca colonna dorica rivestita di marmo di Botticino che supera i sessanta metri di altezza e domina il profilo del cimitero da qualunque punto lo si osservi. Vantini la concepisce come una lanterna della memoria, una fiamma simbolicamente sempre accesa che accompagna il ricordo dei defunti e guida idealmente il passaggio verso l’aldilà.

Ancora oggi il Faro è il punto verso cui convergono gli assi prospettici del Vantiniano, perno simbolico dell'intero progetto, segno verticale che collega la città dei vivi e quella dei morti. Ai suoi piedi riposa lo stesso Rodolfo Vantini, quasi a vegliare sull’opera che lo impegnò per tutta la vita.

Attorno al Faro ruota anche una delle storie più curiose legate al cimitero. Secondo la tradizione, l’architetto tedesco Heinrich Strack rimase colpito dalla sua forma durante un viaggio in Italia e ne trasse ispirazione per progettare la Siegessäule, la celebre Colonna della Vittoria di Berlino, ancora oggi uno dei simboli della capitale tedesca.

Il Famedio

Se il faro rappresenta la memoria come simbolo, il Famedio ne è la traduzione concreta. Il termine deriva dal latino fama e indica un luogo destinato a conservare il ricordo delle persone che hanno lasciato un segno nella storia di una comunità. Al Vantiniano doveva essere uno degli elementi centrali del progetto di Rodolfo Vantini, ma l’architetto non riuscì a vederlo completato: morì nel 1856 e i lavori furono portati avanti dal suo allievo e successore, Antonio Tagliaferri.

L’idea originaria era particolarmente ambiziosa. Vantini immaginava uno spazio monumentale che celebrasse le figure più importanti della città, un luogo che unisse il culto della memoria tipico dell'Ottocento alla funzione educativa che il cimitero doveva svolgere per le generazioni future. Era la stessa riflessione che, pochi decenni prima, aveva animato Foscolo nei «Sepolcri»: ricordare i grandi del passato per offrire esempi e rafforzare l’identità di una comunità.

Il progetto non venne realizzato esattamente come l'aveva immaginato il suo autore. Tra le idee rimaste sulla carta vi era anche una ricca decorazione pittorica che avrebbe dovuto richiamare gli affreschi civili di Palazzo Loggia. Nonostante questo, il Famedio è rimasto il luogo più rappresentativo della memoria pubblica bresciana all'interno del cimitero. Negli ultimi anni questa funzione è stata recuperata e rilanciata. Dal 2011 il Famedio è tornato a essere il luogo in cui la città rende omaggio alle proprie personalità più significative. Ogni anno vengono ricordate donne e uomini che si sono distinti in ambiti diversi – dalla cultura all'imprenditoria, dalla ricerca scientifica al volontariato, dalla politica allo sport – e che hanno contribuito alla crescita della comunità bresciana.

Cultura Brescia Cimitero Vantiniano nella foto veduta del cimitero 23/05/2026 nicoli@newreporter
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Alcuni dei nomi che si trovano nel Famedio

Tombe e monumenti da non perdere

Visitare il Vantiniano consente di fatto di attraversare oltre un secolo di storia della scultura italiana, e di storia più in generale. Il monumento della famiglia Dossi Rampinelli Spalenza è probabilmente il capolavoro più celebre, ma non l’unico. Poco distante si incontra la tomba della famiglia Lechi, una delle prime a essere realizzate sotto i portici progettati da Vantini accanto al Pantheon. I Lechi furono tra i primi ad acquistare una campata e il loro monumento mostra chiaramente il gusto neoclassico dell’epoca: urne, palmette e simboli dell’anima convivono in una composizione ordinata ed elegante.

Merita una sosta anche la croce scolpita da Pietro Faitini per Giulia dei conti Caprioli. Interamente realizzata in pietra e decorata con motivi floreali, sembra anticipare alcune sensibilità che diventeranno tipiche del Liberty.

Alcune tombe e monumenti al Vantiniano
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Alcune tombe e monumenti al Vantiniano

Camminando tra i portici si incontrano poi monumenti dedicati a benefattori, professionisti, imprenditori e personalità cittadine. Con il passare dei decenni le sculture cambiano linguaggio. Il rigore neoclassico lascia spazio al realismo, ai chiaroscuri, alle emozioni raccontate attraverso gesti e dettagli. Alcune figure distribuiscono monete ai poveri, altre proteggono bambini o accompagnano persone anziane. Sono immagini che raccontano vite intere senza bisogno di parole.

Il Vantiniano custodisce inoltre le tombe di alcune delle figure più importanti della storia bresciana. Qui riposano, tra gli altri, Giuseppe Zanardelli, statista e presidente del Consiglio del Regno d’Italia, Ugo Da Como, storico e collezionista, e lo stesso Rodolfo Vantini, come detto.

Ogni angolo conserva una storia. Alcune parlano di fama e potere, altre di lutti familiari, di epidemie (come il monumento ai caduti del Covid dello scultore bresciano Giuseppe Bergomi), di guerre o di devozione religiosa, ma anche di cultura e arte, come nel caso del memoriale agli artisti bresciani. È forse questo il motivo per cui il Vantiniano continua a esercitare il suo fascino dopo oltre due secoli, raccontando i morti e al contempo i vivi, che cercano di perpetuarne sempre la memoria.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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