Lapidi, monumenti e tombe: la mappa delle Dieci Giornate a Brescia

Centosettantasette anni fa come oggi, il 1° aprile 1849, si chiudeva con una repressione feroce la pagina eroica delle Dieci Giornate di Brescia, che videro la città insorgere contro l’occupazione degli Austriaci. Di alcuni protagonisti di quelle ore cruciali del nostro Risorgimento conosciamo i nomi. Gli stessi che la toponomastica post-unitaria, nel clima di euforia patriottica del periodo, celebrò non a caso attraverso l’intitolazione delle vie che videro la luce nel rinnovato e ampliato tessuto urbano della Leonessa tra fine Ottocento e inizio Novecento (buone ultime la centralissima via X Giornate e la galleria Tito Speri).
Di molti la memorialistica e la documentazione ufficiale hanno consentito una ricostruzione biografica e storica a tutto tondo. Per un numero forse più ristretto anche l’iconografia risorgimentale fa la sua parte, restituendoci attraverso tele e sculture un’effige degli eroi delle Dieci Giornate. Eppure di una folla di bresciani di quello che Marx in quegli stessi anni andava indicando come il proletariato e della piccola borghesia, che pure contribuì a barricate e scontri con l’oppressore austriaco, sappiamo molto poco.
Nell’insieme, tuttavia, non pochi sono i monumenti che ancora oggi ricordano gli accadimenti di quei giorni e le gesta che, se non ebbero in sé un peso militare determinante, di certo costituirono sul piano morale un’esperienza di straordinario significato. A ricordo di quanti diedero la vita per valori che avrebbero a distanza di un secolo informato di sé la storia democratica repubblicana del nostro Paese, proviamo a ripercorrere in una passeggiata ideale i luoghi nei quali ancora si perpetua traccia delle Dieci Giornate e dei suoi protagonisti.
Corso Magenta (o contrada San Barnaba)
Lo facciamo partendo da quel corso Magenta - il rimando risorgimentale del nome è inevitabilmente successivo: allora si chiamava contrada San Barnaba - in cui furono erette barricate a difesa della città per contrastare le forze austriache sopraggiunte da Verona via Montichiari e Rezzato in supporto della guarnigione austriaca asserragliata in Castello. Dai combattimenti di San Francesco di Paola e Porta Torrelunga, dove si distinse - come ci ricorda tra gli altri «Il martirio di Brescia» di Felice Venosta - si giunse il 31 marzo, ormai alle battute finali delle Dieci Giornate, a contrastare il nemico ben dentro le mura venete.

Una barricata fu eretta proprio di presso a quel monastero di San Barnaba (l’odierno conservatorio Luca Marenzio) da cui già il 24 marzo Lodovico Pavoni, sacerdote e oggi santo, aveva portato via gli orfani di cui si prendeva cura: li condusse al sicuro a Rodengo Saiano, dove morì il 31 marzo a causa dell’aggravamento della polmonite che la fatica della fuga precipitosa acuì irrimediabilmente. Una targa accanto all’ingresso del conservatorio ricorda l’opera del Pavoni.
È posta invece all’incrocio con via Crispi, sull’edificio del lato nord di corso Magenta stesso la lapide - collocata in occasione del centenario dei moti, nel 1949 - che indica il punto in cui gli insorti eressero la più nota fra le barricate delle Dieci Giornate, quella da cui si legge «i bresciani balzarono con disperato impeto all’ultima vittoria».

Lo stesso scontro in cui fu ferito il maggiore generale Johann Nugent, nobile irlandese arruolato nell’esercito di Vienna, che aveva condotto i rinforzi da Verona a Brescia, dove morirà il 16 aprile nonostante l’amputazione della gamba con cui si era tentato di salvargli la vita. Si tratta del medesimo episodio immortalato, oltre che sulle lastre della Bella Italia, nell’omonima piazzetta, nella celebre tela del pittore Faustino Joli, che vi mostra ben riconoscibili San Barnaba e l’odierno corso Magenta, a poche centinaia di metri - per inciso - dalla casa in cui visse Tito Speri, circostanza oggi commemorata da un’altra targa al civico 72 di via Moretto.
La morte di Carlo Zima

E qui vale la pena concedersi una piccola deviazione verso sud. Se si percorre via Crispi sino a via Vittorio Emanuele II, oltre a intuire nel varco del parco «Vittime 11 Settembre» traccia delle antiche mura difese dai bresciani, si può raggiungere il vicino incrocio con corso Cavour. Alzando lo sguardo pochi passi oltre l’angolo ad ovest ecco la lapide che ricorda la morte di Carlo Zima. Si tratta di un episodio particolare, ricordato fra gli altri anche dal poeta Angelo Canossi, il cui padre prese parte personalmente alle Dieci Giornate (tanto da essere sepolto fra gli eroi alla sua morte, nel 1905). Il 26enne fabbro - più puntualmente, impiegato come tale nella fabbrica di carrozze Filippi - aveva combattuto a Torrelunga e ai bastioni di Sant’Alessandro negli scontri finali del 1° aprile, quando si vide rincorso da soldati croati.

Si rifugiò nella osteria «del Carrettino» di tale Antonio Mostacchi, detto Mostaccino, posta proprio all’angolo fra le due strade. Scovato e placcato da due soldati che lo cosparsero di pece e acquaragia, morì arso vivo, non senza trascinare con sè tra le fiamme uno dei suoi aguzzini. Lo ricorda la lapide stessa, apposta il 1° aprile del 1884, a 25 anni dal tragico episodio.
Piazzale Arnaldo e largo Torrelunga

Se, ritornati su corso Magenta, si procede invece verso piazza dei Grani (l’odierna piazzale Arnaldo), pure teatro di scontri, si arriva in uno dei luoghi chiave delle giornate conclusive degli scontri. Vale a dire ai cancelli, tuttora conservati, di porta Torrelunga a ridosso dei caselli daziari della città, attorno ai quali si combatté fittamente: «Di cinquanta che erano collo Speri, egli quasi solo poté trarsi a salvamento dopo aver tutte adempiute le parti di soldato e di capitano» recita il Venosta. A ricordare ai turisti e alla movida bresciana i cruenti scontri dell’ultima decade di marzo 1849 sta la lapide posta sopra la fontana monumentale all’angolo orientale del Mercato dei Grani, all’estremità di piazzale Arnaldo, apposta nel 1878. Vi si legge: «Anno 1849 allorché Brescia negando fede alla sconfitta di Novara (il 23 marzo i Piemontesi vi erano stati battuti, ma i bresciani si illusero che fosse andata diversamente, ndr) insegnò che il soccombere può essere più glorioso e fecondo del vincere. Fu qui la resistenza più sanguinosa».
In Castello: l’obelisco ai Martiri delle Dieci Giornate

Se quindi si procede per via Brigida Avogadro - la salita al Castello -, e si raggiunge la sommità del Cidneo, da dove Haynau prima e Nugent poi cannoneggiavano la città, si può raggiungere seminascosto tra gli alberi, l’obelisco dedicato espressamente ai martiri delle Dieci Giornate e in particolare ai fucilati. Sorge a poche decine di metri dal piazzale dello Sferisterio e dal punto in cui sorge lo sguardo domina i contrafforti del Falco d’Italia e la soprastante Specola Cidnea. I bresciani - in particolare gli aderenti al Circolo Goffredo Mameli - lo fecero erigere nel 1897, «come raggio perenne di libertà nel sangue dei martiri fecondi di cittadine virtù». Il luogo non fu scelto a caso: a ridosso del Castello, roccaforte austriaca, si combatté a lungo e da tutti i versanti: da piazza dell’Albera (l’odierna piazzetta Tito Speri) e contrada Sant’Urbano sino appunto al versante meridionale, dal quale accorsero anche i rinforzi guidati da don Pietro Boifava, parrocco di Serle. «Gli ultimi insorti fulminati per selvaggia vendetta da piombo austriaco caddero su questo colle auspici dell’italica redenzione» recita una delle quattro iscrizioni - vergate dal professor Giannantonio Folcieri, giornalista, poeta, preside del liceo Arnaldo e quindi deputato del Regno - riportate dal basamento marmoreo, sovrastato da un bronzeo astro, opera dell’ingegner Giovanni Carminati. L’opera fu inaugurata non a caso il 20 settembre nientemeno che da Giuseppe Zanardelli, allora riferimento del socialismo bresciano.
In Castello: la Strada del Soccorso
Restando in Castello, ai due estremi della Strada del Soccorso, invece, sono collocate altrettante lapidi che accostano le truppe di Haynau, giunte la notte del 31 marzo, a quelle di Gaston de Foix che pure la risalirono per il Sacco di Brescia (17 febbraio 1512). Al marmo è affidato anche un messaggio di pace.
«Due volte nel corso dei secoli da questa segreta postierla entrarono eserciti stranieri a soccorso di compagni d’arme assediati nel Castello a sterminio della insorta città soffocando in Brescia l’impeto ribelle non la fede nelle italiche sorti divinate e fidate nella Repubblica Veneta - nel Regno Piemontese. Nel perdono foriero di pace Brescia fedele ricorda».
In Castello: il monumento a padre Malvestiti

Scendendo lungo via del Castello, tra le aiuole e le scalinate che conducono all’antico maniero, ecco il busto che ricorda il coraggio di Padre Maurizio Malvestiti, Provinciale dei Riformati, che guidò la ristretta delegazione che il 1° aprile trattò la resa con gli Austriaci, nell’auspicio che la rappresaglia, poi affidata ai soldati croati, fosse meno cruenta possibile. Le richieste dei bresciani, confortate da lettere di ufficiali austriaci tenuti prigionieri, furono accolte solo in parte, ma ciò si dovette al coraggio del religioso che salì al Cidneo nonostante la pioggia di proiettili e i rischi annessi all’ambasciata. Il monumento fu collocato nell’aprile del 1899, nel cinquantenario, cioè, delle Dieci giornate, in un contesto particolare: dopo il Non Expedit di Papa Pio IX, il cattolicesimo sociale - che a Brescia si specchiava in figure di primo piano, come Giorgio Montini, padre del futuro Paolo VI - riconosceva nella figura del religioso un campione del patriottismo di stampo cattolico.
Piazza dell’Albera, oggi piazzetta Tito Speri

Se si scende ancora, imboccando la via Militare e quindi la scalinata di salita della Barricata (il nome è figlio delle Dieci Giornate) o in alternativa contrada Sant’Urbano, si giunge presto nell’antica piazza dell’Albera, teatro di alcuni dei più cruenti scontri. Riconoscerla è semplice: oggi reca il nome dell’eroe del 1849, Tito Speri, la cui statua - opera di Domenico Ghidoni - domina lo sguardo: mentre si rivolge ad una immaginaria folla di insorti, il braccio teso all’indietro pare indicare la via per il Castello e gli Austriaci asserragliati al suo interno. La statua vi fu collocata nel 1888 su istanza della Società reduci dalle patrie battaglie.
A quello stesso «oppressore» fa riferimento una delle targhe affisse nel centenario delle Dieci Giornate su uno degli edifici della piazza: «Qui dove il 31 marzo 1849 eroici manipoli di popolo sgominarono con fierissima lotta l’agguerrito oppressore gli abitanti di questo rione incidono con orgogliosa fierezza il ricordo degli avi». Pochi metri più in là, un’altra targa accomuna con un balzo di oltre tre secoli le tumultuose vicende risorgimentali alla reazione della cittadinanza in occasione del drammatico Sacco di Brescia del 1512 ad opera di Gaston de Foix, nipote e luogotenente del re di Francia: «Nel 1512 e nel 1849 da questa piazza fumante di strage i bresciani respinsero più volte il feroce nemico irrompente dal Castello a sterminio della città».
La Bell’Italia

Pochi passi ancora e, superato il volto della torre di Porta Bruciata, piazzetta Bell’Italia, proprio accanto a piazza Loggia, offre una summa delle imprese risorgimentali di Brescia. Lì dal 1864 sorge la statua, opera del bresciano Gian Battista Lombardi, che dà nome al sito stesso. Dono del primo re del Paese unificato, Vittorio Emanuele II, celebra le gesta della Leonessa nelle Dieci Giornate che le valsero tale nomea. Domina il monumento la statua della donna che si regge su una gamba sola, ad evocare la forma dell’Italia secondo alcuni - mentre le formelle poste sui quattro lati del basamento in Botticino ripropongono alcune scene cruciali: la barricata di contrada San Barnaba, il combattimento di porta Torrelunga del 31 marzo, le fucilazioni in Castello e infine la solenne traslazione dei martiri che dalle fosse comuni scavate a ridosso della rocca furono condotte al Vantiniano.
Dentro e sotto la Loggia

Lo stesso palazzo municipale, la Loggia, reca al suo interno i segni delle cannonate di Haynau, cifra quasi simbolica della partecipazione collettiva all’insurrezione: nel salone Vanvitelliano, luogo istituzionale per antonomasia, la parete sud riporta ancora un evidente cratere nel marmo di Botticino. All’interno, in un frammento di pietra l’incisione commemorativa: «MDCCCXLIX», vale a dire 1849. Né sono avare di riferimenti alle Dieci Giornate le lapidi apposte sotto il vasto porticato della casa del Comune: vi figurano anzi gli elenchi di molti tra coloro che persero la vita durante gli scontri o durante le successive fucilazioni.
L’arengario di piazza Vittoria

Anche il fascismo tentò di appropriarsi delle Dieci Giornate in un improbabile processo identitario con il mito risorgimentale: riprova ne è che tra gli episodi della storia di Brescia raffigurati nel bassorilievo, opera del Maraini, che si sviluppa come un racconto tutt’attorno all’arengario di piazza Vittoria trova spazio anche una rappresentazione dell’insurrezione del 1849.
Palazzo Bargnani
Se dalle due centralissime piazze ci si sposta verso piazza Garibaldi, dove la statua ricorda l’ingresso trionfale del generale due lustri dopo le Dieci Giornate, si può raggiungere agevolmente corso Matteotti e l’elegante Palazzo Bargnani, già sede del liceo Olivieri, oggi occupato da uffici della Provincia, proprio accanto al teatro Sancarlino.

La lapide che vi troviamo apposta sulla facciata ricorda altri due protagonisti della rivolta del 1849, i cui nomi ricorrono peraltro anche sotto il porticato della Loggia: Carlo Cassola e Luigi Contratti, i diumviri del Comitato di difesa che ressero la città durante le Dieci Giornate proprio da quell’edificio, scelto perché ben protetto dalla Torre della Pallata dalle cannonate austriache che piovevano dal Castello.
Al Vantiniano
Il cenotafio di Nugent

Se dal cuore della città dei vivi, ci si sposta alla città dei più, vale a dire il cimitero Vantiniano, sono plurimi gli omaggi resi ai martiri delle Dieci Giornate. Il più risalente fra i monumenti è curiosamente quello riservato a uno degli «oppressori» contro cui era nata l'insurrezione delle Dieci Giornate. È il cenotafio che ricorda il generale Johann Nugent, morto a Brescia per le ferite riportate a San Barnaba. Originariamente sepolto al Vantiniano, le sue spoglie furono traslate successivamente a Fiume, dove viveva lo zio generale Laval Nugent.

Gli Austriaci vollero inciso un verso della «Bassvilliana» di Vincenzo Monti: «Oltre il rogo non vive ira nemica», lo stesso che secondo il Venosta posero anche sulla prima sepoltura di Tito Speri, martire a Belfiore nel 1853 dopo essere sopravvissuto alle Dieci Giornate riparando A Torino.
La tomba di Tito Speri

A proposito di Tito Speri: le sue spoglie, originariamente composte a Mantova e quindi rese ai familiari, furono inizialmente tumulate assieme a quelle dei Prodi (si veda più sotto). Trovarono infine definitiva sepoltura nella grande tomba realizzata nel 1932 davanti al Sacrario militare eretto per i caduti della Prima guerra mondiale, opera di Oscar Prati, allievo dell'architetto prediletto dal fascismo Marcello Piacentini.
Le fosse comuni
Proprio alle spalle del monumento al Nugent, a poche decine di metri dalla centralissima cappella di San Michele, sotto gli alti cipressi trovano luogo le fosse comuni dei martiri delle Dieci Giornate e quelle successive dei caduti, per lo più piemontesi e francesi, ma non solo, della battaglia di San Martino a Solferino del 1859, uniti idealmente nel comune spirito risorgimentale.

Va detto che sul numero dei caduti nelle Dieci Giornate ha in anni recenti fatto luce il lavoro di Gianluigi Valotti (Brescia 1849 - I Caduti delle Dieci Giornate, Compagnia della Stampa): attingendo a più fonti, ma soprattutto agli ottocenteschi Registri dei Tumulati del Cimitero Vantiniano, tuttora conservati, ha potuto offrire una stima molto più elevata del costo in termini di vite umane degli scontri. Molti cadaveri furono infatti recuperati lungo vie, strade e orti fino al 28 maggio, data indicata come conclusiva della triste raccolta, salvo essere poi integrata nei tre giorni successivi con ulteriori 22 cadaveri. I dati ricavati dal Valotti parlano di 1.015 civili e 464 militari caduti nell’immediatezza dei fatti o deceduti in seguito a causa delle ferite riportate.
Un’ulteriore restituzione di spoglie dei martiri al Vantiniano risale al 1861: dalle fosse improvvisate al termine delle Dieci Giornate, spesso dagli stessi austriaci, vennero recuperati - specie sul colle del Castello - e in alcuni casi identificati molti caduti, soprattutto i fucilati. Il 1° aprile di quell’anno - in occasione del primo anniversario dall’Unità d’Italia (proclamata il 17 marzo precedente, sia pur ancora orfana di Roma) furono con solenne cerimonia funebre salutate in Cattedrale le spoglie degli eroi e quindi condotte al Vantiniano (con folto corteo e sei bande musicali al seguito). Della grande celebrazione si ha traccia, come detto, anche sui bassorilievi del basamento della Bell’Italia.
Tomba dei Prodi

Ultimo approdo delle spoglie di 44 eroi delle Dieci Giornate fu infine l’ossario monumentale realizzato nel 1880 dallo scultore Luigi Pagani, in base ad una disposizione testamentaria della nobildonna Teresa Boroni Semprebuono, corredata da apposito lascito. Denominata «Tomba dei Prodi», si trova proprio a sinistra del Famedio (il Pantheon, nella porzione meridionale del cimitero). Accanto al luogo in cui sono incisi i nomi di quanti, in vario modo, hanno espresso al meglio le virtù civili e morali di Brescia, sono sepolti dunque anche i principali fra i martiri del 1849. Veglia su di loro quella che dovrebbe essere un’Italia con corona turrita (o Brescia stessa secondo altri), mentre ai piedi di una scalinata è un leone, simbolo della forza quieta ma mai doma dei bresciani.
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