Nel 2020, come milioni e milioni di persone nel mondo, Daniele Mor era recluso nella sua casa in città a causa della pandemia. Far passare il tempo non era cosa facile. Ha iniziato a fare il pane, poi è passato ai dolci, ma mica si potevano fare torte tutti i giorni. Mentre mangiava una fetta di crostata si è ricordato che in soffitta c’erano sacchi, sacchi e ancora sacchi pieni di sorpresine delle patatine, entrambe sue grandi passioni. «Perché non catalogarle?», si è chiesto. E per lui, archivista da una vita, la domanda era retorica. Detto fatto, o quasi perché le sorpresine in quei sacchi erano oltre 15mila.

La prima domanda è scontata, ma necessaria: lei ha mangiato 15mila sacchetti di patatine?
(ride) Temo molti di più, 15mila sono le sorpresine catalogate, nel tempo ho mangiato anche sacchetti di patatine senza sorpresa.
In quanti anni ha creato questa collezione?
Ho iniziato negli anni Settanta, anche perché prima non esisteva questo tipo di prodotto, diciamo che è diventata un’attività strutturata dal 1975 al 2016.

Prendiamo la calcolatrice: 41 anni per 365 fa 14.965 giorni. Quindi: per quattro decenni lei ha mangiato un pacchetto di patatine ininterrottamente ogni giorno?
Alcuni giorni ne mangiavo più d’uno, così potevo prendermi qualche pausa (ride).
Sua mamma non opponeva questioni salutistiche?
In quegli anni pressoché nessuno si poneva questioni salutistiche di questo tipo. Io però avevo un metodo preciso per smaltire tutte quelle patatine.
Cioè?
Ogni sera andavo a correre, ho calcolato di aver percorso oltre 50mila chilometri.
Una condanna senza fine pena, forse era meglio mangiare qualche patata lessa in più.
Personalmente sono molto soddisfatto sia delle sorpresine che della mia attività sportiva.
Com’è iniziata questa sua passione?
I giovani non possono capire la gioia che si provava ad aprire un sacchetto e trovare la sorpresina. Non era tanto per la sorpresina in sé, ma per la magia che quel piccolo oggetto ti regalava.

In fondo erano semplici stampati in plastica ben poco affascinanti.
Sono poco affascinanti se li guardiamo con gli occhi di oggi, ma se torniamo indietro nel tempo cambia tutto. Mica c’erano i telefonini ad assorbire il nostro cervello.
Come nasce l’idea di conservare tutti quegli oggettini?
Nel 2020 sono andato in pensione, sono stato responsabile del settore documentazione della Fondazione Luigi Micheletti, dagli anni Novanta mi sono occupato della raccolta dei macchinari, dei reperti, delle attrezzature per costituire il Museo dell’industria e del lavoro Eugenio Battisti. Questo per dire che l’archiviazione è nel mio dna.
Quei sacchi sono rimasti in soffitta per decenni, in che condizioni ha trovato le sorpresine?
Mettevo da parte la bustina con le sorpresine, così com’era: quindi unta. Va inoltre detto che tutta la collezione pesa oltre 50 chili, una marea di roba. La prima attività è stata aprire tutte le 15mila bustine e riporre gli oggetti in nuovi sacchettini (di varie misure) che ho preso su Amazon.
E poi?
Se le avessi messe solo nei sacchettini nuovi che archivista sarei stato? Scarso e banale.

E lei non lo è.
Esatto. Ho preso una bilancina di precisione ed ho pesato ogni sorpresina, con il calibro le ho misurate. Poi, ovviamente, le ho fotografate una ad una. Un lavoro durato alcuni anni.
Le ha pesate?
Il peso totale è 52.152 grammi, con una media a sorpresina di 3,37 grammi. Gli oggetti più pesanti sono gli yo-yo di latta San Carlo da 20 grammi, siamo negli anni Ottanta; i più leggeri sono le minuscole figurine dei Salati preziosi per il film Madagascar del 2008: 0,4 grammi.

Capisco la noia di stare a casa durante il Covid, ma a un certo punto non era meglio tornare a fare torte?
(ride) Sono perfettamente consapevole che tutto questo può apparire folle. In alcuni momenti anche io mi sono interrogato. Ma quando ho iniziato le ricerche in rete per datare le sorpresine, ho scoperto un mondo di appassionati. Evidentemente è una follia molto diffusa.
Il collezionismo è una passione comprensibile solo a chi la coltiva, nel suo caso potremmo dire solo a chi ne è stato travolto.
La mia collezione non smette di affascinarmi. Le ho anche dedicato un libro: «Le sorprese delle patatine. Una storia quasi infinita» per Liberedizioni.
La sorpresina più rara?
Ho scoperto essere un braccialetto della Polly Pocket. Ma ho anche un Uomo Ragno, ovviamente quello dei fumetti.

Quella più strana?
Ho degli anelli magici, che segnavano il tempo un po’ come i souvenir degli anni Ottana. Ho anche dei mini razzi con un minipetardo che scoppia quando toccano terra: funzionano ancora!
Nelle collezioni ha trovato la storia d’Italia?
Certamente, ho catalogato 536 serie. Le più diffuse sono ovviamente le figurine, ma solo per fare un esempio: tra le sorpresine anni Settanta/Ottanta moltissime erano da utilizzare dai bambini mentre facevano il bagno. Da un punto di vista storico va detto che le sorpresine delle patatine raccolgono l’eredità degli oggetti premio che negli anni Cinquanta/Sessanta si trovavano nei detersivi.
Ma è esperto anche di patatine?
Sì. Le prime patatine vengono fritte in Belgio, siamo negli anni Trenta. Nel 1936 a Milano apre una piccola rosticceria che decide di friggere le patate a fette sottoli. Quella rosticceria si chiama San Carlo perché sorgeva poco distante dalla chiesa omonima.

La stessa San Carlo di oggi?
Certamente, dirò di più: la San Carlo mi ha mandato una lettera per elogiare la mia collezione e il mio libro, e uno scatolone con i loro prodotti. Ho ricevuto anche sacchetti di patatine con le sorpresine che pensavo non esistessero più.
Non starà pensando di ampliare la sua collezione?
(ride) No, ormai ho dato.
Un’ultima curiosità, per gli appassionati di sorpresine il top sono gli ovetti Kinder. Le ha mai collezionate?
Mi sono sempre dedicato solo alle patatine, non credo di poter dare una spiegazione razionale del perché sia accaduto. Certo, se avessi mangiato 15mila ovetti di cioccolata altro che cinquantamila chilometri dovevo correre…



