Il disastro di Chernobyl e la resilienza nei i boschi di Gomel

La primavera era arrivata. Aria tiepida dopo il solito inverno russo a meno 20. Le acque del Gomel, il gran fiume dà il nome alla città, si stavano scongelando, il Primo Maggio era alle porte e sarebbe stata festa. Ma quest’anno sarebbe stata festa doppia. Il fiume stava dando una pesca miracolosa. Migliaia di pesci morti o intontiti coprivano le acque. Una manna. Centinaia di persone al fiume a riempire ceste di pesce da mettere in forno o nel freezer per tempi di magra. «Solo dopo capimmo».
Vent’anni fa a Gomel, in Bielorussia, così mi raccontavano di come si fossero accorti di quel che era successo vent’anni prima lassù, a Chernobyl. Per un po’ di giorni silenzio, poi qualche voce, poi i primi divieti a pescare, poi la diaspora di anziani e bambini. In sei mesi i 900mila abitanti si dimezzarono. Cominciava il calvario.
E lassù, al tempo zona proibita, riuscimmo ad entrare. Oggi mi dicono ci siano tour attorno al gran sarcofago d’acciaio che copre la centrale nucleare collassata. Al tempo, come detto, nel raggio di una cinquantina di chilometri non si passava, salvo – confesso – 50 euro di mancia ai due soldati a guardia della sbarra che chiudeva la strada.
Boschi a destra e sinistra, chilometri e chilometri di distese di betulle. Dentro, ormai nascosti e coperti dai boschi stessi, i paesi. Distopia pura: deserti, silenzio, le edere che coprivano tutto, la piazza col monumento ai caduti della Grande Guerra che a sua volta pareva bombardata e forse ingentilita dalle betulle e dai rampicanti che tutto avvolgevano.
«Altra vita»
Ma c’era anche dell’altra vita. Fatto qualche chilometro, imboccata una stradina laterale, in una casetta malmessa ma pulita, un uomo e due donne avevano resistito alla «deportazione»: da lì, ci dissero convinti, non se ne sarebbero andati. Un po’ di orto, due maiali, una vacca, forse un pezzo di pensione, qualche euro da qualche turista temerario di passaggio in cambio di un centrino all’uncinetto.
Ma le radiazioni, la centrale di Chernobyl, il rischio di malattie? L’uomo faceva il portavoce e il duro di casa. E a dimostrazione che stava benone, da un vecchio giornale strappa una pagina l’arrotola a mo’ di sigaretta e se l’accende. Stiamo benissimo, diceva. E così diceva pure – sorprendentemente – un istituto di ricerca tedesco. Ogni sei mesi passavano dei medici, facevano i loro rilievi e prelievi che attestavano la buona salute del trio.
Confesso che ci parve una sciocchezza. Non era così, come si ebbe modo di scoprire più avanti. Sì, era possibile che pezzi di bosco fossero stati risparmiati dalle radiazioni e che qualcuno se ne fosse salvato. Il vento non ha percorsi sempre omogenei. Se una fine del mondo ci sarà in questo dovremo sperare: nella variabilità del vento.
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