Hamburger, pizza e torta di rose. Tutti a tavola, al ristorante, per una cena in compagnia. Ma con una regola insolita: niente parole. Non per ordinare, chiedere una variante al menù o chiacchierare con il vicino di posto. Una serata per scoprire che si può comunicare anche senza parlare e, soprattutto, per mettersi nei panni di chi non può affidarsi alle parole per esprimere bisogni, desideri ed emozioni. È questo lo spirito della «Cena muta», ospitata nei giorni scorsi dal Carmen Town di Brescia nell’ambito di «Con-Verso», la rassegna annuale dedicata all’inclusione sociale, all’accessibilità comunicativa, alla disabilità e alla sostenibilità. A raccontare il significato dell’esperienza è Alessandra Spreafico, coordinatrice della rassegna e referente per la Comunicazione aumentativa alternativa dell’Istituto Est 1, dove insegna italiano agli stranieri.

Alessandra Spreafico, com’è andata la serata?
Molto bene. Eravamo una ventina, tra adulti e bambini. Non è stato facile rinunciare alle parole, ma è stata un’esperienza che ci ha fatto riflettere. Mi ha colpito soprattutto un’osservazione della cameriera: normalmente, quando prendiamo le ordinazioni, siamo concentrati su ciò che scriviamo. Questa volta, invece, abbiamo guardato le persone negli occhi.
Sulle tovaglie c’erano i simboli della Comunicazione aumentativa alternativa. Di che cosa si tratta?
È un sistema che utilizza anche simboli per rendere accessibile la comunicazione a chi non riesce a esprimersi attraverso le parole o non conosce la lingua, come alcuni dei miei alunni stranieri. Può essere utilizzato da bambini con disabilità, anziani e persone che, in seguito a un incidente, hanno perso la capacità di comunicare verbalmente.
Dove viene utilizzata?
Principalmente negli ambienti frequentati da chi ne ha bisogno: a scuola, negli ambulatori di logopedia, nei servizi di Neuropsichiatria infantile e a casa. L’obiettivo è permettere a queste persone di comunicare nei diversi momenti della vita quotidiana.

Nel Bresciano è attiva anche la «Rete di scuole per comuniCAAre». Come è nata?
È nata a Rezzato quasi dieci anni fa e oggi riunisce una quarantina di istituti in tutta Italia, di cui 19 nella nostra provincia. La referente è Francesca Drogo dell’Istituto comprensivo di Rezzato, capofila della rete. Abbiamo raccontato la storia e le attività di questa realtà in una mostra ospitata recentemente dalle Orsoline, che mettiamo volentieri a disposizione di scuole, biblioteche, associazioni e privati interessati.
La Comunicazione aumentativa alternativa può trovare spazio anche fuori dalla scuola e dagli ambienti di cura?
«Certamente. Alcuni parchi, per esempio a Rezzato, Gussago e Desenzano, sono già dotati di strumenti che la utilizzano. Il passo successivo sarebbe estenderne l’impiego ad altri luoghi della vita quotidiana, come i ristoranti.
Ci sono esperienze di questo tipo in Italia?
Sì, un esempio significativo arriva da Sciacca, in Sicilia, dove opera una realtà che fa parte della nostra rete. Qui la Comunicazione aumentativa alternativa viene utilizzata in gelaterie, pasticcerie e persino nei centri estetici. Se ne è parlato anche durante il recente convegno organizzato a Brescia nell’ambito di Con-Verso.
C’è una testimonianza che l’ha colpita particolarmente?
Quella di una mamma che, quando accompagnava il figlio con disabilità in gelateria, gli ordinava sempre il gelato alla vaniglia, convinta che fosse il suo preferito. Poi, grazie all’introduzione dei simboli della Comunicazione aumentativa alternativa, il bambino ha potuto scegliere da solo. E ha iniziato a mangiare il gelato al cioccolato. Un episodio semplice, ma che fa capire quanto sia importante dare a tutti la possibilità di esprimere le proprie preferenze.




