Storie

Carlo Hauner, il bresciano della Malvasia conosciuto anche in Australia

Dalle radici nel mondo del design e dell’arte alla cantina con vista mare: la storia di una famiglia eclettica, tra Boemia, Brescia, il Brasile e la Sicilia, che ha creato un vino apprezzato in tutto il mondo
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Carlo Hauner © www.giornaledibrescia.it
Carlo Hauner © www.giornaledibrescia.it

Carlo Hauner è un bresciano che produce vino, ma lo fa a più di 1.300 km di distanza da quella che era casa. Lo fa alle Eolie, sull’isola di Salina. Per le sue dieci creazioni – tre bianchi, tre rossi, un rosé e tre malvasie – è conosciuto in tutto il mondo, anche in Australia, ma la superbia non è proprio nel suo carattere.

L’incontro

«La aspetto al porto a Santa Marina», mi scrive il giorno prima del nostro incontro in un fine luglio rovente e umidissimo. Con il suo Defender anni Settanta, che a Salina non è un vezzo o un capriccio, ma un mezzo necessario per lavorare, arriviamo alla sua azienda vinicola che è casa, cantina e bottega.

Ad accoglierlo c’è Gigio, un mite cane rossiccio a pelo corto di razza indefinita con la passione per i gatti e per una Panda 4x4 (rigorosamente arrivata da Brescia) dove sale appena trova la portiera aperta. Ci sediamo all’ombra di alcuni pini marittimi che guardano il mare e l’isola Lipari, accanto ad un cactus più alto della casa che, assicura Hauner, «non ha più di una decina d’anni».
Tra una telefonata di lavoro, l’arrivo di un camion al quale apre lui il cancello, di un amico che fa vino in Toscana arrivato a Santa Marina per prendere dei capperi per una cena, di un avvocato di Palermo in villeggiatura con la moglie «che voleva tanto incontrarlo dato che i loro padri si conoscevano» e la visita alla cantina, ripercorriamo la straordinaria storia della sua famiglia che l’ha portato fino all’arcipelago siciliano.

Le vigne e la cantina della Hauner di Salina
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Le vigne e la cantina della Hauner di Salina - Le vigne e la cantina della Hauner di Salina

Cominciamo dal cognome Hauner, da dove arriva?

Il nonno Ferruccio era nato vicino a Praga ed era il primo violino al Teatro Grande. Mio padre (classe 1927, ndr), anche lui di nome Carlo, pittore, studiò a Brera per poi trasferirsi in Brasile dove si dedicò al design e fondò con fratello l’azienda «Moveis Artesanal» dove produceva mobili e ceramiche per architetti come Gregori e Lina Bo Bardi. Poi creò «Forma» (una delle aziende più importanti nel campo del design in Brasile, ndr) e, tornato in Italia, un’omonima a Mompiano. Ma si occupava anche di ceramiche e tessuti d’arredamento.

Una persona eclettica...
Tutto quello che faceva funzionava. Poi quando si stancava iniziava un’altra avventura. E infatti vendette Forma e aprì uno studio di architettura e design sempre a Brescia. Il tutto continuando a dipingere. Infatti le etichette dei vini sono suoi quadri. E poi si divertiva a distillare grappa e a far vino con l’uva che cresceva sul San Giuseppe.

A Salina come arrivate?

Avevo 8 anni. Mio padre era amico del pittore Enrico Ragni che era stato qui con Folco Quilici. Nel 1962 Salina non era di moda, era considerata «contadinotta». Noi prendevamo in affitto l’unica casa col bagno. Col tempo le vacanze diventarono sempre più lunghe.

Il vino quando entra in scena?

In vacanza ci portammo anche l’alambicco e mio padre distillava di tutto, come arance e fichi (ride). Deve sapere che fino all’Ottocento Salina era tutta coltivata a uva malvasia e capperi. Si vedono ancora i terrazzamenti. Poi arrivò la filossera che fece una strage; emigrarono in tantissimi, per questo si dice che l’Australia è l’ottava isola delle Eolie. Poi mio padre cominciò a fare qui quello che faceva a Brescia, il vino. E lo fece con le poche piante sopravvissute, passendo l’uva di malvasia come si fa qui. Visto che era abituato ad esporre al Salone del Mobile, decise di presentarsi a Vinitaly. Purtroppo incappò nel gastronomo e giornalista Luigi Veronelli che gli fece una recensione (l’ingrandimento è appeso nella sala degustazione, ndr). E così siamo diventati famosi senza avere una cantina. Pensi che crearono la doc del Malvasia per noi che eravamo gli unici produttori. La Malvasia è presente in tutto il Mediterraneo grazie ai veneziani, ovunque abbia attecchito ha preso caratteristiche diverse. Poi il grande sviluppo si deve agli inglesi e alle guerre napoleoniche, nello Stretto c’era una flotta di 10mila persone.

Voi però siete andati oltre…

La nostra forza è stata saper interpretare questo vitigno storico in chiave moderna, dandogli un carattere internazionale. L’innovazione è stata vinificare la malvasia come un vino bianco secco.

E la coltivazione?

Non irrighiamo, sarebbe impossibile. Piove poco e il grappolo è spargolo (acini distanziati, ndr), si presta alla passitura per questo motivo.

Si affida ad un enologo?

L’enologo sono io, ho un consulente che mi affianca. Il nostro rapporto è come quello tra ingegnere e architetto, quest’ultimo disegna e progetta e l’ingegnere deve far sì che l’edificio regga. Lui è giovane e ci insegniamo cose a vicenda.

Il suo impegno qui in azienda quando comincia?

Ho studiato architettura e praticato la professione. Mio padre mancò nel 1996 e, dato che soffrivo la crescente burocrazia che richiedeva il lavoro di architetto, nel 2000 mi sono trasferito a Salina. È stata una scelta tranquilla. Felice. Si deve smontare tutto per poi ricostruire.

Ma non si è fermato alla sua azienda, ha guardato oltre…

All’inizio compravamo dai piccoli viticoltori, poi hanno capito che il mercato per questo prodotto c’era. Abbiamo anche spinto per creare un consorzio, non è stato facile, erano molto diffidenti, poi hanno capito che conveniva a tutti. Noi grandi trasciniamo i piccoli.

Quante bottiglie produce?

Stiamo crescendo, siamo sulle 110mila all’anno. Siamo forti in Italia, che è un mercato difficile, ma il marchio è forte anche all’estero. Un mercato consolidato è l’Australia, siamo presenti da anni in Giappone e abbiamo un nuovo export manager, con altri grandi produttori, per gli Stati Uniti.

I dazi vi hanno colpito?

No, ho notato che colpiscono maggiormente chi ha bottiglie che costano meno.

Cosa pensa della crisi del vino della quale si parla, con migliaia di bottiglie ferme in cantina?

La crisi colpisce aziende senza identità. Noi quest’anno registriamo un +15%. E il lavoro alle Eolie (ha vigneti anche a Vulcano) è raddoppiato. In Sicilia si registra un crollo del costo dell’uva per sovrapproduzione, ma io credo nel mio territorio e qui resto. Bisogna parlare di territorio e deve cambiare il linguaggio del vino: i vini oggi son tutti sapidi e acidi, si usano termini, come «l’odore di idrocarburi», che sono vuoti o tecnici e che allontanano soprattutto i giovani. Torno a Veronelli: lui ha inventato termini che erano ricchi di significato. Bisogna invece raccontare il territorio. E poi i giovani oggi bevono meno perché il vino è caro, le mie bottiglie a Panarea costano sette volte quel che le faccio pagare io.

I giovani nella sua azienda non mancano, mi pare...

Si fa fatica a trovare gente del posto, sono impiegati cinque mesi nel turismo. Ma qui ho un laziale e una bergamasca della Val Seriana che frequenta l’Accademia Symposium della Franciacorta. Quelli che arrivano da questa scuola sono sempre molto motivati.

Come le piacerebbe che continuasse la Hauner?

Si comincia a pensare alla continuità del progetto con i figli, se vorranno, ma non voglio obbligarli, o con altre realtà.

E a Brescia torna?

Poco. Ora la vedo con l’occhio del turista: è bella, ben gestita, è cambiata molto. Quando ero giovane a San Faustino c’era la prostituzione e si andava per comprare le stecche di sigarette di contrabbando.

Non tornerebbe?

Non saprei che fare: questa è un’isola viva, ci si conosce tutti e siamo tutti uguali. Qui le necessità cambiano: quando torno mi accorgo che molti vivono al supermercato, qui i negozi sono piccoli, mangi quel che c’è e ci sono massimo due scelte per il burro. Faccio fatica a relazionarmi con chi vive in città, a condividere le loro problematiche. Per me è strano scegliere di vivere a Brescia, non a Salina. La mia è una scelta di lucida follia.

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