Storie

Barbara Poli, la formulatrice bresciana che inventa creme a modo suo

La 55enne di Muscoline analizza le criticità dell'industria, tra marchi commerciali, terzisti e principi attivi in dosi minime: «Il consumatore è poco tutelato – dice –. Difficile cambiare il sistema»
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Barbara Poli è una donna energica con una passione sconfinata per il suo lavoro. E lo si capisce appena la si incontra. Forte di anni di gavetta nei laboratori ha creato una sua linea, «Polì», di creme, sieri e detergenti che lei stessa formula, testa e industrializza. È un’imprenditrice che, come per primo fece Giovanni Rana, ci mette la faccia. Ma quello che salta all’occhio quando la si sente parlare è il cambio di narrazione: parla da formulatrice e non da influencer, non ha timore a raccontare la cosmetica senza peli sulla lingua, svelando anche qualche segreto.

Dopo la laurea in chimica e la specializzazione in cosmetologia, la 55enne originaria di Sopraponte di Gavardo e ora di casa (laboratorio e bottega) a Muscoline ha lavorato come ricercatrice e direttrice tecnica in università e aziende cosmetiche e farmaceutiche. Il desiderio di creare un’azienda cosmetica libera da quelli che lei chiama «condizionamenti di mercato» e di restare vicino al figlio nato con la sindrome di Down, l’ha portata a fondare nel 2007 Polí.

«I cosmetici sono come iceberg – dice –: la superficie è rappresentata da profumi, confezioni eleganti e slogan accattivanti. Io ho scelto di concentrarmi sulla sostanza, dedicarmi alla ricerca e i principi attivi». Ci crede talmente tanto che ha scritto anche un libro («mi piace insegnare e fornire gli strumenti») nel quale racconta il suo percorso, ma anche come capire meglio cosa è la cosmetica e come lavorano la maggior parte delle aziende.

Il suo metodo prevede il test della pelle e, col suo algoritmo, la routine personalizzata © www.giornaledibrescia.it
Il suo metodo prevede il test della pelle e, col suo algoritmo, la routine personalizzata © www.giornaledibrescia.it

Può essere, quindi, che lo stesso prodotto, realizzato dai terzisti italiani che sono conosciuti in tutto il mondo, si trovi al supermercato e in profumeria con confezioni diverse e prezzi lontanissimi.

Come funziona l’industria cosmetica?

L’80-90% delle aziende cosmetiche sono commerciali. Chi va dal terzista vuole spuntare il prezzo migliore e chiede più preventivi. Il terzista fornisce al cliente l’Inci (gli ingredienti, ndr), ma non la formula altrimenti questo potrebbe andare da un altro e farselo fare con una spesa minore dato che, non avendolo formulato, salta la fase ricerca e sviluppo. La maggior parte del budget di un prodotto comunque viene riservata al marketing.

A lei non piaceva?

No, dobbiamo essere onesti: in molti prodotti il principio attivo è in concentrazioni bassissime. Io faccio cosmetica di precisione, nel prodotto deve esserci la concentrazione efficace d’uso altrimenti non funziona. Ma questo alza i prezzi. I miei prodotti, infatti, non costano poco, ma ne basta pochissimo (e mostra come una quantità di crema della dimensione del seme di girasole riesca a fare l’intero braccio, ndr).

Come il consumatore può capire se un prodotto è valevole e non prendere cantonate?

Il problema è qui: se in farmaceutica compri la Tachipirina 1000 sai che ci sono 1000 mg di paracetamolo, sai cosa stai comprando. In cosmetica dicono che nel prodotto è contenuto il tal principio attivo, ma non sono obbligati a fornire la concentrazione. L’inci, è vero, è in ordine decrescente di concentrazione, ma solo un esperto riesce a capire quanto ce n’è perché ha dei punti di riferimento, come gli emulsionanti di un certo tipo. Il consumatore è indifeso. E se un tempo si investiva poco sulla formulazione ora è ancora peggio perché molte aziende sono state rilevate da fondi di investimento che puntano quasi esclusivamente al profitto per poi rivendere dopo pochi anni.

In questi mesi si sente molto parlare di spicule…

(Alza gli occhi al cielo) Spicule, esosomi... quel che va di moda non funziona. Quello che si nomina nelle pubblicità, come retinolo e acidi, son cose vecchie che non funzionano. Quel che funziona non si nomina perché ha nomi difficili che non fanno presa. Non sono utili al marketing.

E sull’efficacia?

Bisogna essere costanti e utilizzare un prodotto per 28 giorni, durata del ciclo cellulare. Io, infatti, consiglio sempre di fotografarsi prima di iniziare ad utilizzare il prodotto e poi dopo 28, 56, 84 giorni e così via. Ovviamente con il salire dell’età il ciclo può allungarsi.

Lei come fa?

Il mio lavoro parte dai meccanismi di funzionamento della pelle. Parto dal problema, lo studio, mi rifornisco degli ingredienti, vado alle fiere internazionali, formulo, provo, testo e poi faccio l’industrializzazione. (E qui si alza e apre una porta che dà sul suo ufficio e che permette di entrare in un piccolo laboratorio che pare una cucina. Qui ci sono diversi strumenti compreso un macchinario che in piccolo «fa quello delle grandi aziende da 10mila chilogrammi», ndr). Una volta trovata la formula io do tutte le indicazioni al produttore compresa la velocità di emulsione e le materie prime che compro personalmente. A loro non resta che produrre e – ovviamente – mantenere il segreto della formula che è mia.

Quali sono i suoi punti fermi?

Le regole che mi sono data per formulare prevedono: principi attivi solo in concentrazione efficace d’uso, che il prodotto sia sebosimile per non avere reazione avverse e perché scorra meglio, e utilizzare solo profumi senza allergeni, il che permette anche di spalmare la crema vicino agli occhi. Insomma, formulo per la pelle sensibile perché sia per tutti.

La sua grande soddisfazione come ricercatrice?

Da studentessa restai affascinata dal corneometro, strumento per misurare in modo rapido e preciso il livello di idratazione dello strato più superficiale della pelle, ma costava troppo. Quando uscì, nel 2000, una versione più alla portata la comprai e per sette anni mi dedicai alla ricerca pura. Ho formulato, testato e, finalmente, elaborato un algoritmo che mette in relazione il numero che lo strumento fornisce alla formula. Questo fa la differenza nei test di analisi della pelle che io eseguo sui miei clienti e insegno a fare ai miei rivenditori.

Dove vorrebbe che andasse la cosmetica?

Verso la verità. Vorrei più eticità e rispetto per la pelle.

Pensa di riuscire a cambiare il sistema tenendo il punto?

È faticoso.

Essendo una piccola realtà come si fa conoscere?

Con il passaparola e con Instagram. Da gennaio ho iniziato a investire 5 euro al giorno nelle sponsorizzate. Alcune clienti, poi, sono arrivate anche dopo che Giorgina Siviero (Imprenditrice fondatrice della storica boutique San Carlo dal 1973 di Torino, ndr) ha apprezzato il mio fondotinta e mi ha detto che se fossi un’azione investirebbe su di me. Una frase che mi ha commossa.

Non le sta stretto restare una piccola azienda?

Ho tante richieste di investitori, ma io sono una tecnica, una scienziata. I grandi numeri mi spaventano, temo che i miei prodotti vengano snaturati. Ma vedo anche la necessità di ingrandirsi. Sicuramente dovrei imparare a delegare: seguo tutto, compresa la composizione dei pacchi perché posso capire se una cliente ha sbagliato prodotto e contattarla. Dovrei trovare una persona che ha come me una grande passione.

E non sta valutando una di queste proposte?

All’orizzonte qualcosa c’è. Ho chiesto consiglio anche a Giorgina Siviero che mi ha detto di non mollare. Questa scelta all’orizzonte, però, mi permetterebbe di creare un po’ più in grande quel che faccio qui.

Cosa la rende felice del suo lavoro?

Che le persone siano contente dei miei prodotti.

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