Dai quasi -20 metri del Cristo degli Abissi ai 4100 metri del Dente del Gigante, sul Monte Bianco: due picchi altimetrici che descrivono la dimensione di una persona capace di portarsi agli estremi, là dove l’uomo quasi non può esistere ma ha saputo arrivare, con determinazione, tecnica, conoscenza. Sì, perché l’impresa del 60enne avvocato bresciano Aldo Mazzocchi non vuole essere autoreferenziale, ma un viaggio nella bellezza, talvolta disorientante, della natura, ma portatore di un messaggio di inclusione, socialità, umanità. Da solo, ma per tutti.
L’impresa
La sfida soprannominata «Sulle Tracce del Gigante» è cominciata da casa, a Brescia, in sella a una bici gravel. Prima destinazione Camogli, 236 chilometri e 3.380 metri di dislivello, scegliendo non la strada più breve ma quella «più bella», attraverso ciclabili e tratti della Vento, la dorsale tra Venezia e Torino.
Poi San Fruttuoso e l’acqua del Tigullio: sotto la superficie, l’apnea fino al Cristo degli Abissi, a 18 metri di profondità. «Acqua cristallina, pesci, raggi di sole. Una dimensione unica, un momento indimenticabile», racconta Mazzocchi. È qui, nel punto più basso dell’avventura, che idealmente comincia la risalita verso il gigante di roccia. Di nuovo in bicicletta, altri 325 chilometri e 4.560 metri di dislivello per raggiungere Courmayeur prima di affrontare la montagna.
La preparazione
A 60 anni non ci si improvvisa. Mazzocchi ha preparato l’impresa per sei mesi, annotando 230 allenamenti tra camminate, corsa, bici, montagna, voli e apnea. Ha perso 15 chili e lavorato anche su un problema di compensazione del timpano. «A 30 anni è una cosa, a 60 togliere la ruggine è più difficile. Ma dà grande soddisfazione» dice lui. A Courmayeur, però, la montagna impone le sue regole. L’obiettivo iniziale era la vetta del Monte Bianco, ma le condizioni di sicurezza lo hanno costretto a cambiare programma. La caduta di grandi blocchi rendeva troppo rischiosa la salita. Mazzocchi ha scelto allora il Dente del Gigante, traguardo altrettanto significativo e incredibilmente suggestivo.«Un progetto non va portato avanti a ogni costo quando la realtà consiglia di fermarsi; il buonsenso ti impone di non rischiare e virare».

La partenza dal Rifugio Torino è avvenuta alle 3 di notte. Poi l’arrivo in quota, all’alba, intorno alle 6. E ancora il parapendio, dalle pendici del massiccio verso Chamonix. L’ultimo passaggio di un itinerario che ha voluto unire acqua, strada, roccia e aria, senza mezzi meccanici. Sono stati sette giorni, con 48 ore di attesa a Courmayeur in attesa del vento. Con Mazzocchi, sul van, gli amici Ottavio Tomasini, fotografo e storico collaboratore, e Paolo Ferraglio, impegnato nelle riprese con il drone.
Il messaggio
Ma lungo quella strada non c’erano soltanto loro. C’erano anche virtualmente i ragazzi della Fondazione Fraternità Giovani, che hanno seguito il viaggio da Brescia attraverso il GPS e i sassolini da loro personalizzati e lasciati lungo il percorso da Aldo stesso. Ogni posizione comunicata era un piccolo segnale: «Io sono qui, e voi siete qui con me». È anche per questo che, arrivato a 60 anni, Mazzocchi dice di non avere più interesse a partire per autoreferenzialismo.

Lo sport, per lui, può diventare uno strumento per mettere in gioco se stessi, affrontare la fatica e scoprire che anche le proprie fragilità possono essere attraversate. E la montagna, intanto, racconta un’altra fragilità: quella dell’ambiente. Il boato sentito durante la salita e la montagna che si sgretola in un canale parallelo hanno reso concreto il tema del cambiamento climatico. Quella scena entrerà nel docufilm di Albatros Film, perché il viaggio di Mazzocchi non finisca con l’atterraggio, ma continui come racconto.



