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L’ingegnere che cammina nel vuoto: «Il sogno? Farlo in piazza Loggia»

Tommaso Mainiero racconta come studio, montagna e passione abbiano finito per intrecciarsi in una vita sospesa tra formule e alta quota
Marco Tedoldi

Marco Tedoldi

Giornalista

Passo dopo passo ha imparato a camminare nel vuoto e a gestire la paura
Passo dopo passo ha imparato a camminare nel vuoto e a gestire la paura

Ha imparato a camminare nel vuoto e, forse proprio per questo, tiene i piedi ben piantati a terra. Da una parte ci sono formule, misurazioni, satelliti e ghiacciai; dall’altra una fettuccia tesa a decine o centinaia di metri dal suolo, sulla quale avanzare un passo dopo l’altro. Due mondi apparentemente lontanissimi che nella vita di Tommaso Mainiero hanno finito per incontrarsi. Bresciano di Rezzato, oggi vive a Torino, dove sta svolgendo un dottorato al Politecnico e si occupa di geomatica e monitoraggio dei ghiacciai. Ma è anche un appassionato di slackline e soprattutto di highline, la sua versione in quota: quella sottile linea sospesa nel vuoto che ha trasformato in sport, passione e, in qualche occasione, spettacolo.

Una strada cominciata a Brescia e arrivata fino ai 4.500 metri della Capanna Margherita, sul Monte Rosa, dove ha partecipato all’installazione di una stazione Gps. E se gli si chiede dove vorrebbe tendere il filo dei suoi sogni, alla fine la risposta torna a casa: piazza Loggia.

Tommaso durante la missione alla Capanna Margherita
Tommaso durante la missione alla Capanna Margherita

Tommaso, come convivono l’ingegnere e il funambolo?

È successo un po’ per caso. Studiavo ingegneria quando ho conosciuto la slackline, uno sport stupendo che permette anche di viaggiare e conoscere molte persone. Poi ho incontrato il professor Ambrogio Manzino, che mi ha parlato del gruppo di ricerca del Politecnico di Torino impegnato nel monitoraggio dei ghiacciai. A quel punto si sono unite le mie passioni: la montagna, la slackline e l’ingegneria. Oggi sto facendo un dottorato e posso dire di essere riuscito, in un certo senso, a mettere insieme tutto.

È nata prima la passione per la montagna o quella per la slackline?

Quasi contemporaneamente. Il nostro sport deriva più dall’arrampicata e dall’alpinismo che dal funambolismo tradizionale. Ho fatto anche spettacoli in ambiente urbano, ma il nostro posto è soprattutto la montagna: lì c’è un lato romantico e artistico molto più forte.

Quando sei sospeso nel vuoto riesci ancora a ragionare da ingegnere?

Assolutamente sì. Per montare un’highline bisogna conoscere tensioni, materiali e resistenze. Non siamo pazzi che tirano una linea e ci salgono sopra. Servono tecnica, esperienza e molta attenzione alla sicurezza. È uno sport che può sembrare estremo, ma i sistemi sono ridondanti: se qualcosa dovesse cedere, c’è un altro elemento di sicurezza. Si può cadere e rialzarsi. Anche questo fa parte dello sport.

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Tommaso Mainiero durante una performance

Quell’esperienza ti è servita anche nel lavoro di ricerca?

Molto. Grazie alla slackline ho acquisito certificazioni come operatore su fune e oggi posso utilizzare quelle competenze anche nelle attività del dottorato. Col Politecnico abbiamo installato alla Capanna Margherita, sul Monte Rosa, a 4.500 metri, la stazione Gps più alta d’Europa. Lì ho lavorato sia come ingegnere sia come operatore su fune. Senza il percorso fatto negli anni precedenti non avrei avuto lo stesso bagaglio.

A che cosa serve una stazione a quella quota?

Nel monitoraggio dei ghiacciai utilizziamo molta modellazione 3D per capire come cambiano nel tempo. Per ottenere misure molto accurate servono stazioni permanenti in quota.

Brescia, invece, che posto occupa nella tua storia con la slackline?

È il posto da cui sono partito. Sono cresciuto sportivamente con Slackline Brescia, l’associazione con cui abbiamo organizzato eventi molto importanti. Abbiamo portato sul territorio anche quella che per noi è stata la prima Coppa del mondo della disciplina. L’associazione esiste ancora ed è molto attiva. Io, vivendo a Torino e con il dottorato, oggi riesco a esserci meno, ma il legame resta.

Eppure non hai mai fatto uno spettacolo nella tua città...

Non ancora. Organizzare un evento del genere in ambiente urbano non è semplice, ma sarei felicissimo di poterlo fare insieme all’associazione.

Se potessi scegliere un luogo di Brescia dove tendere la tua highline?

Piazza Loggia. Quello sì, sarebbe un sogno. Poi, una volta realizzato, sicuramente ne nascerebbe un altro. È anche questo il bello: continuare a muoversi, viaggiare e cercare posti nuovi.

Anche San Marino ha fatto da sfondo alle coraggiose imprese del rezzatese
Anche San Marino ha fatto da sfondo alle coraggiose imprese del rezzatese

Un ingegnere dovrebbe sapere meglio degli altri che è sconsigliabile camminare sospesi nel vuoto: perché tu lo fai?

Perché ci sono tante cose insieme. È una forma di meditazione, ma c’è anche una componente artistica per me fondamentale. E poi c’è la comunità, ci sono le amicizie e tutto il mondo che ruota attorno a questo sport. Ti insegna anche qualcosa che puoi riportare nella vita: controllare la paura, cadere e rialzarti.

Quindi la paura rimane?

Certo, ma si impara a gestirla. L’effetto visivo è estremo, ma se l’highline viene praticata da persone preparate non è una sfida sconsiderata. Il percorso è lungo: bisogna imparare, abituarsi al vuoto e sapere sempre cosa si sta facendo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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