L’Italia chiamò Guardiola, ma la panchina azzurra resta ancora un rebus

Maldini e Leonardo hanno visto lo spagnolo. Sono giorni decisivi: serve una scelta entro giovedì
Erica Bariselli

Erica Bariselli

Giornalista

Pep Guardiola - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it
Pep Guardiola - Foto New Reporter © www.giornaledibrescia.it

Che non è (soltanto) una questione di Ct, bensì di sistema dunque di idee, dunque di coraggio di attuarle, dunque di mentalità ce lo ha insegnato molto bene la Spagna. E l’Italia che fa? Capisce molto bene, ma non si adegua. L’Italia ha pagato a carissimo prezzo il suo gattopardismo calcistico per cui sta bene che il cambiare tutto per non cambiare in fondo mai niente non potrà portare che ad altre sciagure e se c’è un momento per forzarsi a cambiare, è proprio questo.

Adesso – ma sarebbe dovuto essere già 12 anni fa – oppure mai più. Copiando, magari bene, il modello Spagna? No, in caso, se il desiderio di svoltare risultasse così forte da riuscire ad abbattere le mura del proprio sistema medievale, si partirebbe dalla cima del sacco. Ovvero dalla scelta di un commissario tecnico così potente, così fuori da tutti gli schemi di un giochetto che alimenta il conservativismo del nostro calcio, che tutti – volenti o nolenti – sarebbero costretti a seguirlo: nel solco di risultati straordinari centrati in carriera attraverso rivoluzioni tattiche che hanno mandato all’aria usi e costumi che parevano scolpite nella pietra.

Il riferimento è ovviamente a Pep Guardiola, uno che tutti, anche gli invidiosi, hanno sempre inseguito. Stavolta si tratterebbe di seguirlo e di farsi guidare nella rinascita azzurra: partendo dalla Nations League, passando per gli Europei per poi tornare ai Mondiali.

Le voci

Alla fine, dopo giorni e giorni di voci impazzite che hanno anche restituito l’idea di un presidente federale impegnato a seguire una direzione – quella di Roberto Mancini – e di un ticket federale tecnico, Maldini-Leonardo, impegnato con lo sguardo verso Andrea Pirlo, gli indugi sono stati rotti alzando l’asticella dell’autostima e spingendosi fino a Barcellona per provare davvero a corteggiare Pep Guardiola.

Deciso a scoprirsi nelle vesti di uomo senza calcio tra voglia di vivere di più la famiglia, imparare il francese e a sciare. Ma che di certo due come Paolo Maldini e Leonardo, dei quali ha molta stima e rispetto, li è stati ad ascoltare non certo per forma, ma con voglia di capire se quello che per lui ci sarebbe sul piatto della proposta azzurra sarebbe tale da fargli pensare di rivedere i suoi piani di pensionamento temporaneo.

Le tempistiche

Di certo, il tempo stringe: giovedì c’è l’assemblea di serie A e per quel giorno Malagò e Maldini con Leonardo intendono presentarsi con una scelta fatta e definita. E per pagare Guardiola come si farebbe? Paradossalmente, l’impegno economico – se Pep pronunciasse quel sì a oggi ancora poco probabile (l’uomo della strada osserva: ma chi glielo farebbe fare?) – sarebbe il meno: la vera sfida sarebbe quella di aprire le menti italiane.

Roberto Mancini e Andrea Pirlo
Roberto Mancini e Andrea Pirlo

Sullo sfondo, i Mancini e i Pirlo di cui sopra resistono. Nessuno dei due, per differenti ragioni, convince appieno l’opinione pubblica mentre paradossalmente, l’uno o l’altro, avrebbero il potere di non spaventare più di tanto i guardiani dell’auto conservazione del calcio: il cosiddetto sistema forse preferirebbe perché ciò che si conosce non fa paura. L’Italia dunque alla fine chiamò Pep. Il quale si sarebbe preso del tempo. Quello che non c’è più: presto, perché è già tardi. Le idee che ci sono, è ora di metterle sul tavolo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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