«Ho avuto due fortune, la prima di crescere all’oratorio di Travagliato dove don Piero, un visionario, mi ha fatto appassionare al calcio. La seconda? Quando mi sono trovato, a 14 anni, al Milan, il club ha capito di cosa avevo bisogno: affetto e comprensione». Franco Baresi lo affermava poco tempo fa, nel maggio del 2025, quando, al teatro Pio XI dell’oratorio di Bagnolo Mella, aveva presentato il proprio secondo libro, «Ancora in gioco».
Senza eredi calcistici
Oggi che non c’è più – e da quelle parole pare trascorso un battito di ciglia – non esiste voce che non lo ricordi come qualcosa di unico, nel calcio. Unico e irripetibile. E, forse, le ragioni di questo sono da recuperare proprio nella sua «prima fortuna». Ossia nei tempi della formazione, quegli Anni Sessanta di provincia, nel corso dei quali don Pietro Gabella, oggi ottantasettenne, era curato a Travagliato.

Purezza
Tempi di campagna, scuola, oratorio e pallone. Chi lo osservava tirare i primi calci e diventare sempre più bravo ricorda quanto il suo talento fosse lampante. Una meraviglia da guardare.
L’humus di allora non è quello di oggi. E, quindi, è proprio forse anche per questo che uomini e calciatori così paiono irreplicabili («Un difensore che mi assomiglia? Non ci sono eredi», aveva sorriso lo stesso Baresi, a Bagnolo, poco più di un anno fa).
In quella Travagliato, quando veniva celebrata la Messa domenicale dedicata ai ragazzi, don Piero doveva chiedere ai genitori di non entrare, perché, altrimenti, in chiesa non ci sarebbe stato spazio per tutti. Centinaia di giovani affollavano i banchi. L’oratorio era luogo di aggregazione, ma anche una sorta di polisportiva. Si praticavano tantissimi sport diversi. Dal ciclismo alla pallavolo, passando per il karate.
Eccellenza umana e sportiva
Senza bisogno di essere passatisti o nostalgici per posizione ideologica, dal racconto di chi c’era emerge chiaro come si potesse diventare grandi con poco. Come le cose semplici e basilari, senza l’aggiunta di altro, potessero spingere all’eccellenza. Umana, e poi sul campo.
Baresi aveva vissuto così, in una famiglia semplice, con genitori esemplari finché il destino non glieli aveva prematuramente strappati via. Aveva imparato a sognare attraverso l’essenziale. Che diventava meraviglioso, in una quotidianità di certo non ricca di distrazioni.
Baresi aveva imparato a sognare in un oratorio di provincia che si attrezzava, a sua volta con poco, per dare a tutti una possibilità, grazie a un curato «visionario». Che, lo scorso 14 dicembre, aveva accompagnato lo storico capitano a San Siro per un Milan-Sassuolo. Una promessa mantenuta, un pranzo nel ristorante vista campo, un ultimo momento di vicinanza.




