Non potremo mai sapere se Pirlo sarebbe stato l’uomo giusto

Di sicuro non era l’elemento forte cui a tanti piace affidarsi quando le cose vanno male, bensì la rotella (più importante) di un grande ingranaggio
Gianluca Barca
Andrea Pirlo - © Ansa
Andrea Pirlo - © Ansa

Non potremo mai sapere se Andrea Pirlo sarebbe stato l’uomo giusto per risollevare il calcio italiano dalle sue disgrazie attuali. Di lui possiamo certamente dire che, date le sue caratteristiche, non avrebbe certo rappresentato l’uomo forte cui a tanti in Italia piace affidarsi quando le cose vanno male. Scelto dal direttore tecnico Paolo Maldini e dal suo consulente Leonardo, Pirlo sarebbe stato una rotella, sia pure la più importante, di un meccanismo che molti, dopo la sconfitta con la Bosnia, avrebbero voluto nuovo.

Sono bastati quattro mesi perché le aspirazioni di cambiamento fossero soppiantare dalla paura del nuovo, alimentata dagli interessi di bottega, dal desiderio di mantenerne rendite di posizione consolidate, dal solito giro degli amici degli amici.

Incidenti

A Pirlo è stato preferito un usato mica poi tanto sicuro, visto che a Roberto Mancini, dopo la vittoria all’Europeo del 2021, si possono imputare due incidenti di percorso piuttosto seri: la sconfitta di Palermo con la Macedonia del Nord che, nel 2022, costò alla Nazionale la qualificazione ai Mondiali in Qatar, e la fuga di Ferragosto, l’anno successivo, un abbandono precipitoso della nave per andare ad allenare la Nazionale dell’Arabia. «Per quel gesto Mancini si è scusato», ha affermato nell’annunciare la scelta il presidente della Figc Giovanni Malagò. Siamo pertanto di fronte al primo commissario tecnico che chiede scusa prima ancora di essersi insediato. Giampiero Ventura lo fece in conferenza stampa dopo lo 0-0 con l’Irlanda che costò il Mondiale del 2018. Rino Gattuso si scusò prima ancora di uscire dal famigerato campo Bilino Polje di Zenica alla fine della serie di rigori che ha impedito agli azzurri il viaggio in America. Mancini ha capito che con le scuse può provare ad aprire una nota di credito.

Il Mago Malagò farà in modo che della Macedonia del Nord nessuno possa ricordare, quanto all’Arabia, beh... al cuor non si comanda, soprattutto se su quel cuore si teneva un portafogli carico dei dollari degli arabi.

Ceffoni

Neanche Mancini, per la verità, rappresenta l’uomo forte che molti implorano per il futuro nazionale. Avrebbe dovuto esserlo Gattuso, del quale dopo il 5-0 all’Estonia Alessandro Bastoni lodò «i ceffoni»: «Gattuso ci ha dato grinta, carica e dei bei ceffoni che servono a svegliarci. Ne avevamo bisogno».

Evidentemente, per risollevare il pallone italico non servono i sergenti e neanche... i generali.

Una volta il commissario tecnico veniva scelto tra coloro i quali avevano fatto la gavetta a Coverciano: Ferruccio Valcareggi, Enzo Bearzot, Azeglio Vicini... Erano i nostri Luis De La Fuente, il nome che oggi tutti celebrano. Non l’Italia, dove quella catena più o meno virtuosa s’interruppe quando Silvio Berlusconi, l’uomo con il mito dell’«unto dal signore» volle sulla panchina azzurra Arrigo Sacchi, forte dei successi conquistati con il suo Milan. Da lì poi è stata una rincorsa al nome di grido, quello da sparare a nove colonne sui giornali: «Gigante pensaci tu», come diceva la pubblicità con Joe Condor.

L’ultimo avrebbe dovuto essere Guardiola, invece con un treno carico di scuse ritorna dall’Arabia il mancato sceicco «Rubert al Manshini». L’alterativa sarebbe stata Antonio Conte, quello che non vuole sedersi in un ristornate da 100 euro con in tasca solo un biglietto da 10. Ma problema non è il prezzo del menu, bensì le nostre intolleranze alimentari.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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