A 83 anni se n’è andato Sandro Mazzola, proprio nel giorno in cui lo stadio di San Siro, storico palcoscenico della sua carriera, festeggiava i cento anni dall’inaugurazione. Quando Milano «portava i scarp del tennis» (Iannacci, 1964) e i milanesi si identificavano nel nome di Cerutti Gino («ma lo chiamavan drago...», Gaber 1961), Mazzola e Rivera furono i tenori («tenorini», avrebbe detto Brera riferendosi alle loro caratteristiche fisiche, non alla classe) che elevarono il prato di quello stadio a Scala dal calcio.
L’epoca
Sandro Mazzola era alto 1.79 ma pesava solo 65 chili, l’inglese Geoff Hurst il miglior marcatore del Mondiale del 1966, quasi 15 di più, Eusebio, il centravanti del Portogallo e del Benfica, era un Apollo di ebano. Brera marchiò Rivera e Mazzola con l’epiteto di «abatini», ma mentre il capitano del Milan era calciatore di arabeschi e traiettorie immaginifiche, Mazzola disegnava serpentine letali, famosa quella del gol al Vasas di Budapest nel 1965, e disponeva di uno scatto secco che gli permetteva spesso di bucare in velocità anche le difese meglio organizzate.
Leggendario il suo terzo gol a Real Madrid nella finale di Coppa dei Campioni del 1964 a Vienna, la prima delle due consecutive vinte dall’Inter di Helenio Herrera. Il gol alla Svizzera, a ottobre del 1970, dopo sei palleggi aerei al limite dell’area resta uno dei suoi capolavori.
Intuizione
Era stato lo stesso Herrera a spostare quel ragazzino con qualità da predestinato venti metri più avanti rispetto a dove lo aveva visto giocare con la Primavera: «Quei dribbling servono poco in mezzo al campo, meglio tu li faccia nell’area avversaria», gli aveva suggerito. Fu dopo la partita di Vienna che Ferenc Puskas, uno degli assi del Real, avvicinandosi, gli disse: «Ho avuto la fortuna di giocare contro tuo padre Valentino e tu sei degno di lui e della sua storia». Valentino Mazzola era stato il capitano del Grande Torino cancellato nel 1949 dalla tragedia di Superga. Sandro, all’epoca della sua scomparsa, aveva sei anni e la fama del padre gli è stata a lungo pesante compagna, finché i successi internazionali dell’Inter e poi quelli con la maglia della Nazionale hanno permesso al giovane «Sandrino» di brillare di luce propria. «Ma papà era molto più completo di me», si è sempre schermito il figliolo.
La sua carriera, oltre quattrocento partite con i colori nerazzurri, 70 con quelli dell’Italia, più di 130 gol, dei quali tre al Brescia nel 1966 a San Siro e una doppietta al Rigamonti l’anno dopo, ha coperto 16 anni, dal 1961 al 1977. Sul campo aveva affrontato Puskas e Di Stefano, ma anche Jascin, il portiere dell’allora Unione Sovietica, che a Roma, nel 1963, gli parò un rigore. «Me lo vidi davanti, gigantesco, tutto vestito di nero, rimasi ipnotizzato – raccontava Mazzola –, e gli tirai proprio in bocca consentendogli un facile parata». Nel 1971 Mazzola si classificò secondo nella classifica del Pallone d’oro dietro all’olandese Johan Cruijff, simbolo della rivoluzione calcistica arancione.
Dopo i due trionfi in Coppa dei Campioni e nella Coppa Intercontinentale con l’Inter, nel 1966 fu parte della sciagurata spedizione azzurra ai Mondiali in Inghilterra, dove la Nazionale fu sconfitta e eliminata dalla Corea del Nord.

Due anni dopo, invece, fu uno dei protagonisti della vittoria dell’Italia agli Europei. In panchina nella prima delle due finali con la Jugoslavia, quella finita 1-1, nella seconda (i match finiti in parità si ripetevano, all’epoca non c’erano i rigori) venne schierato titolare alle spalle di Anastasi e Riva. Finì 2-0 con l’Olimpico illuminato a festa da migliaia di torce improvvisate con la carta dei giornali.
Poi venne l’epoca della staffetta con Rivera, ai Mondiali del Messico. Valcareggi si era convinto che due «abatini» fossero troppi per una squadra che soffriva l’avvento del calcio totale.
Mazzola giocava il primo tempo, Rivera, che ha ammesso di non aver mai compreso fino in fondo quella scelta, subentrava nella ripresa. Nessuno dei due ha avuto grande fortuna da dirigente una volta attaccati gli scarpini al chiodo. Ma la storia di quella Milano, non ancora da bere, porta impressi indelebili i loro nomi.



