Gigi Cagni ed Evaristo Beccalossi hanno frequentato lo stesso spogliatoio a Brescia per tre anni: «Ma io conoscevo lui e Altobelli già prima del 1975. Becca giocava in Primavera, quella che vinse lo scudetto, e ogni giovedì ci incrociavamo in allenamento per la partitella. Sapevo che entrambi avrebbero fatto carriera, che dipendeva tutto da loro. Noi più grandi esercitavamo del sano nonnismo: goliardicamente, ma non troppo».
In che senso?
«Oggi ci arresterebbero (ride, ndr). Scherzi a parte, volevamo trasmettere loro degli insegnamenti. Ne avrei così tante da raccontare...».

Ne scelga una.
«Seduta del giovedì, prima squadra contro Primavera: pronti via Evaristo mi fa un tunnel, io lo prendo per l’orecchio e gli intimo di non provarci più. Sapeva benissimo che lo facevo per il suo bene, doveva imparare ad avere rispetto dei giocatori più esperti. Una lezione che gli servì molto quando fu aggregato stabilmente a noi grandi. Egidio Salvi fece lo stesso con me: avevo diciannove anni, palleggiavamo insieme e lui mi diceva “scambiavo il pallone con Sivori, e ora dovrei farlo con te?”. Ma il senso era lo stesso: aiutarmi a crescere».
Che giocatore era Beccalossi?
«Un fenomeno. Sarò blasfemo, ma oggi sarebbe paragonabile a uno come Yamal o Yildiz. Anzi, rispetto a loro era pure più forte fisicamente».
Esattamente quello che manca oggi all’Italia.
«Non nascono più giocatori così. E a pensarci bene non regge nemmeno il paragone con chi ho citato prima: allora i difensori erano molto più tosti».

Fa impressione pensare che non abbia mai esordito in Nazionale maggiore.
«La dice lunga sulla qualità che c’era all’epoca. Nel 1982 Bearzot aveva le proprie convinzioni sulla sacralità del gruppo: lasciò a casa pure Pruzzo, capocannoniere di quel campionato. Becca era un estroso, uno spirito libero, renitente alle regole. Pure a quelle calcistiche: in campo doveva fare quello che si sentiva. O risolveva le partite, o ti faceva arrabbiare».
È stato sottovalutato, secondo lei?
«Non credo: per essere il più forte, in Italia o in Europa, devi essere estremamente concentrato sul tuo lavoro. Ma senza quell’anarchia non sarebbe stato lui. Sapeva comportarsi da professionista, ma aveva bisogno di respirare libertà. Quella sua allegria, portata anche in campo, l’ha reso unico».
Su Instagram ha postato un suo messaggio di auguri di qualche anno fa.
«Mi ha fatto gli auguri a ogni compleanno, fino a due anni fa. Quello che ho pubblicato con l’aiuto di mia figlia è piuttosto recente: mi mandò un video fatto con l’intelligenza artificiale, nel quale mi cantava “happy birthday”. Il tutto accompagnato da una firma particolare: “La tua bestia preferita”. Io lo chiamavo sempre così».




