Partimmo in sordina. Come l’Italia vicecampione nel ’70, come i figli di Bearzot nell’82, come i sacchiani finalisti nel ’94, come gli stessi eroi di Berlino 2006, scossi dal trambusto della cosiddetta Calciopoli, che avrebbe portato la Juve a perdere scudetti e a retrocedere in B. Partimmo con titoli semplici, timidi perfino («Italia in ritiro con i cerotti»). Da 0-0 in casa. E però chiudemmo in gloria un mese fantastico. Dal punto di vista lavorativo, umano e naturalmente sportivo.
Indimenticabile, anche in redazione
Ah, quell’indimenticabile estate del 2006, 9 giugno-9 luglio. Italia campione del mondo, Giornale di Brescia campione di titoli originali, eccentrici, ficcanti. Chi si loda… fa bene, se ne ha il destro e l’estro. Ma lodi ne ricevemmo anche da altri. Per esempio, Linus e Nicola di Radio Dj dissero che il titolo più bello letto dopo Italia-Germania fu «Alexander Platz» sovrastante la foto di Del Piero dopo il gol che valse l’approdo alla finale di Berlino. Anche molti nostri lettori gradirono. E ce lo fecero sapere. Vent’anni dopo l’epopea tedesca, privi di altre soddisfazioni tangibili dal calcio italiano, riproponiamo i titoli migliori, con un’analisi ragionata di tempi e circostanze che li produssero.
Partimmo in sordina, si diceva. La squadra azzurra, del resto, non suscitava grandi entusiasmi, vista la situazione di delirio in cui versava il calcio italiano e con il ct Marcello Lippi in imbarazzo per la posizione del figlio Davide, indagato nell’ambito del caso Calciopoli. Altre erano le favorite: il Brasile campione uscente, la Germania padrona di casa, l’Argentina, l’Inghilterra, la Francia che pure stentò all’inizio. «Una coppa per battere gli scandali» profetizzammo comunque nell’inserto di presentazione, evocando sapientemente il precedente dell’82, quando Paolo Rossi tornava dopo due anni di squalifica per un altro buco nel pallone italiano, quello delle scommesse.
L’accelerazione
I primi scatti arrivarono in occasione della vittoria iniziale: il 2-0 al Ghana, celebrato con uno spagnoleggiante «Vamos a Ghanar». I due marcatori, Pirlo e Iaquinta, ci diedero il destro anche per avvicinarci alla seconda partita: «L’Italia ingrana Iaquinta» e, soprattutto, il «RonalDEGNO» dedicato ad Andrea Pirlo.
Il flerese fu il primo marcatore bresciano in un mondiale. Pur già celebre, crebbe nella generale considerazione grazie all’exploit contro gli africani. Inevitabile dunque l’accostamento al calciatore del momento, il brasiliano Ronaldinho, tra l’altro fresco di vittoria in Champions col Barcellona. Pirlo primo goleador bresciano in un mondiale e – ahinoi – un altro concittadino – Mario Balotelli – ultimo azzurro a segnare nel 2014. Ben tre mondiali fa… Il fatto, poi, che il fantasista di Flero fosse assurto a uomo del giorno, ci condusse al titolo successivo «Ebbri di Pirlo»: tutto il globo dedito alla sfera, in effetti, parlava di lui.
Ma incombeva la seconda sfida, quella con gli Usa; non sembrava difficile, invece fu l’unica «non vittoria» del mese magico: «State uniti» la presentammo, presaghi che non sarebbe stata una passeggiata. Gara scialba e fallosa, finì 1-1 con tre espulsi: due americani e un romanista che non era Totti (e nemmeno Perrotta). Titolammo pertanto: «La partita de’ rossi». L’attuale allenatore del Genoa rimediò 4 giornate di squalifica e tornò a referto solo per la finale, nella quale, da subentrato, segnò uno dei rigori che condussero alla vittoria.
Arrivò dunque il confronto con la Repubblica Ceca, decisivo per il passaggio del turno. All’ottimismo post Ghana era subentrata una certa freddezza dopo l’inatteso pari in Gara2. La foto di un Lippi assorto con le mani giunte suggerì un «Praga per noi», prontamente esaudito grazie ai gol di Materazzi e Inzaghi. Ma l’infortunio dei titolarissimi Nesta (rimpiazzato proprio dall’interista) e De Rossi (in castigo) non lasciava del tutto tranquilli, tanto che uno dei titoli successivi fu «Promossi con riserve». Riserve – Materazzi e Camoranesi – che poi, come si sa, meritarono ampiamente il posto negli 11.
L’accoppiamento con l’Australia, squadra senza tradizione ma con giocatori veloci e forti fisicamente, suscitò altri due titoli da copertina: «L’olandese valente» dedicato a Gus Hiddink, l’allenatore orange giramondo che quattro anni prima (complice l’infame arbitro Moreno) ci aveva buttato fuori con la Corea del Sud che giocava in casa e l’assonante «Aussie da spolpare», una delle perle di cui andiamo orgogliosi. Per chi non ci arrivasse, «Aussie» è il diminutivo con cui vengono nominati gli australiani. E si legge «Ossi» (con la «o» chiusa. Come i sardi). Grazie al rigore procurato da Grosso al 90’ e alla fredda trasformazione di Totti, la squadra di Lippi si trovò dunque fra le migliori 8, situazione che solleticò la fantasia artistica del titolista al punto da fargli produrre l’affrescato «Il quadro del G8».
Il sogno prende forma
L’avere spolpato gli Aussie infuse fiducia nel Club Italia che cominciò a intravedere scenari gloriosi, dato che ad attenderlo ai quarti si presentava un’Ucraina non irresistibile, nonostante Andriy Shevchenko. Nella partita contro i gialloblù sfoderò il suo estro Luca Toni, segnando 2 dei 3 gol (di Zambrotta l’altro) con cui la formazione di Lippi volò in semifinale contro la Germania padrona di casa. E anche noi, come la squadra azzurra, tenemmo fede alle attese, schiaffando in edicola «L’asso di bisToni».
Al dunque: l’Italia che cammin facendo si era scrollata di dosso fischi e malumori figurava tra le prime quattro al mondo. A Dortmund, contro i bianchi di Jurgen Klinsmann, «si parrà la tua nobilitate» avrebbe (forse) detto Dante. Il lasso più ampio del solito fra un match e l’altro ci stimolò a trovare temi degni di una semifinale mondiale. Il controverso rapporto fra noi mediterranei e loro nordici (sul tema: ci amano ma non ci stimano) produsse prima il goliardico «Foi, soliti italianen» (tutti abbiamo letto Sturmtruppen da piccoli), poi il carducciano «Pianto antico». Ovvero: nelle occasioni importanti, da noi i crucchi le hanno sempre prese.
Rush (e) finale
E giungemmo all’epilogo, con l’obbligo di superarci, di ambire a titoli veramente mondiali. Il meraviglioso gol di Del Piero all’ultimo minuto supplementare fornì l’assist per mandare a Berlino anche il nostro inviato Francesco Doria e «Alexander Platz», senza falsa modestia (la modestia è sempre falsa), resta nella storia di questo giornale.
La Francia andava affrontata senza timori reverenziali e ricordando quanto ci fece patire in finale agli Europei 2000 con il golden gol di Trezeguet. I mai dimenticati studi classici suggerirono in sede di presentazione un «Debella il gallico» che alcuni colleghi incorniciarono a casa.
All’eccellenza mancava un passo, l’ultimo. Alexander Platz non andava solo raggiunta, ma conquistata. E così, eccoci al 9 luglio di vent’anni fa, tondi tondi, come quel pallone che carambolò prima nella porta di Buffon calciato da Zidane dal dischetto e poi in quella di Barthez, con capocciata di Materazzi su angolo di Pirlo. Poi i rigori, la paura dei precedenti, il terrore del sogno rimasto incompiuto. Freddamente avevo preparato due titoli, egualmente validi. Qui ripropongo solo quello che è fortunatamente uscito: «Il titolo più bello».
A livello professionale il ricordo più gradevole di quei giorni, per chi ebbe la fortuna e la forza di coordinare l’inserto Mondiali 2006, è il concorso di colleghi e collaboratori per essere parte di questa storia (ben 12 le firme il giorno della finale): tutti, qui in via Solferino, fecero a gara – una gara virtuosa – per scrivere un pezzo, lasciare una traccia in quell’albo d’oro rivelatosi irripetibile.
Materazzi e materassi
Con sommo gaudio, dopo il rigore di Grosso la tipografia potè dare il via libera al poster centrale del giornale nel quale ad ogni giocatore della nazionale veniva associato un epiteto o un calembour, un gioco di parole. No, non eravamo sazi di bellurie, non lo siamo mai stati. E così, al termine di quel lungo 9 luglio, firmata l’ultima pagina, messo il punto finale all’editoriale in prima, in redazione ci concedemmo festeggiamenti ancora più sfrenati che al penalty decisivo.
Un collega e caro amico mi paragonò a Marcello Lippi; il direttore (e caro amico) decise a quel punto di farmi caposervizio per meriti acquisiti sul campo. Ebbro di gioia e soddisfazione, non partecipai tuttavia alle successive libagioni per le vie del centro con gli amici-colleghi. Inforcai la tangenziale per evitare piazzale Repubblica. Raggiunsi mia moglie a casa perché mi spiaceva fosse rimasta sola tutto il dì. La trovai dormiente. Non aveva guardato la partita, preferendo materassi a Materazzi; per lei il calcio si era fermato a Bruno Conti, Falcao e Paolo Rossi. Accesi la tv. Davano Edipo Re di Pasolini. Lo guardai tutto fino alle 5 di notte. Giusta compensazione culturale alla baldoria delle ore precedenti, equo bilanciamento cerebrale all’oppio sportivo che aveva obnubilato tutti noi in quel meraviglioso mese dell’estate 2006.



