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La reputazione del calcio italiano è drammaticamente crollata

Fabio Tavelli
Sono molti i motivi del perché uno degli sport più belli al mondo non attira più
Un pallone sgonfio e sdrucito
Un pallone sgonfio e sdrucito
AA

Consapevole del fatto che il primo calcio d’angolo di Sassuolo-Cagliari abbia allontanato definitivamente l’interesse pubblico sul nuovo presidente della Federcalcio, tenterò un ragionamento, diciamo così, ambientale. Con una premessa. Martedì non ho visto Bosnia-Italia. Ero in aereo. Appena atterrato, come tutti, ho acceso il telefono. E appena visto: «1-1, minuto 118’», mi sono preparato a vedere i rigori sullo smartphone.

Al controllo passaporti ero in mezzo ad una truppa di ragazzi di Lodi di rientro da una gita. A naso tutti tra i 17 e i 18 anni. Una ventina di ragazzi e ragazze di quarta liceo. Telefonini collegati: non più di cinque. Dopo l’ultimo gol bosniaco, nessuna imprecazione, nessun grido di dolore. Solo la sobria presa d’atto, lo scroll su tik-tok e qualche «zio» e «amo» in apertura di ogni discorso.

Un fatto minimo, naturalmente, ma che dimostra come il tipo di passione, di attenzione per il calcio non alberghi più nemmeno lontanamente nei ragazzi di oggi. Quelli che noi, tromboni geologicamente purtroppo non ancora in estinzione, continuiamo a dipingere come: poveri ragazzi, non hanno mai visto la Nazionale ai Mondiali. Continuiamo a ragionare con un software vecchio, nati analogici in un tempo crudelmente digitale. Ma vorrei andare oltre.

La delusione degli azzurri - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La delusione degli azzurri - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

L’Italia, non il calcio, ha un problema gigantesco. Si chiama natalità. L’anno scorso sono nati 185mila maschi. Nel 2000 erano 278mila. La tendenza è a calare, ancora. È chiaro che in quel bacino d’utenza il calcio pescherà sempre meno. Numericamente, è ovvio. Ma anche perché la crescita di appeal delle altre discipline sta riducendo all’osso il numero di bambini che vogliono diventare calciatori.

In tutto questo c’è un termine fondamentale: la reputazione. Quella del calcio è crollata. Sotto forma di calcio-scommesse, bilanci truccati, plusvalenze fittizie, simulazioni, calciatori viziati, arbitri picchiati nelle categorie inferiori, genitori che si azzuffano in tribuna, serie A in declino, eliminazioni precoci dalle coppe, Mondiali nemmeno ne parliamo più… Ecco, tutto questo ha fatto abbassare a livelli intollerabili (a molti) la reputazione del calcio.

Ambiente tossico, procuratori squali che intascano buste in nero per far salire di categoria i raccomandati, dirigenti conniventi, presidenti che litigano, giocare a calcio da bambini non è più nemmeno gratis visto che si paga come per sport dove si sta al coperto. Tutto ciò per molte famiglie non è più sopportabile.

Poi leggi che, forse, i calciatori azzurri, i «professionisti» secondo Gravina, avrebbero chiesto un premio partita di diecimila euro a testa prima della doppia sfida con Irlanda del Nord e Bosnia. E allora sai che c’è…anche basta. Noi, intanto, impegneremo parte del nostro tempo sulla candidatura di Abete e se Mancini sia degno di tornare. Intanto il Titanic avanzerà incurante dell’iceberg, che lo aspetta esattamente lì dove ci sarà l’impatto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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