È strano scriverlo a qualcuno che sta iniziando a leggere un articolo. Eppure va fatto. Chiudete gli occhi per qualche secondo. Sì, chiudeteli. E vi ricorderete dove eravate intorno alle 23 del 9 luglio 2006. Quando Fabio Grosso ha spiazzato dagli undici metri il portiere della Francia Barhtez, regalando all’Italia la quarta Coppa del Mondo della sua storia. Colorando di azzurro Italia il cielo di Berlino. Sono passati 20 anni non solo da quella magica notte, ma da un Mondiale trasformatosi per la squadra di Marcello Lippi da incubo a sogno. Come nei momenti più belli della vita di ognuno di noi.
Quelli che si ricordano anche a 90 anni, pur avendoli vissuti magari a 10. Un torneo disputato in Germania (sì, si giocava ancora in una sola nazione), che può essere raccontato ripescando i vari pezzi di un’estate incredibile, che giorno dopo giorno si sono incastrati a formare un puzzle bellissimo.
Le polemiche

Primo: l’Italia arriva al Mondiale nel pieno di Calciopoli, tra «sistema Moggi» e scandalo intercettazioni; non c’è più una Federazione (Guido Rossi si ritrova quasi per caso a capo del pallone italico), nella bufera squadre e arbitri. La Juventus finisce in serie B, volano penalizzazioni, nell’occhio del ciclone ci finisce perfino Lippi che convoca i giocatori bianconeri. Sembra di rivivere il clima dell’82, con la coda del calcio scommesse, Bearzot contestato perché in Spagna ci va Rossi e restano a casa Beccalossi e Pruzzo. Tutti a dire: «Non disfate le valigie che tanto tornate subito a casa». Ecco, a 24 anni dal Mundial il sentimento è identico.
E tutto il mondo fuori
Marcello Lippi fa un po’ come la protagonista di «Albachiara» di Vasco Rossi, o almeno ci prova. Lascia tutto il mondo fuori, crea una sorta di quadrato invisibile e allo stesso impenetrabile a protezione della squadra. Chiede a tutti di fare gruppo, anche a Totti e Del Piero. Stesso ruolo, difficile che entrambi possano essere titolari. Ma il primo il ct lo ha voluto fortemente, tanto da andare a rincuorarlo dopo il terribile infortunio con l’Empoli. «Se recuperi, ti porto». E il giallorosso brucia le tappe.
Del Piero è «uno dei suoi», Lippi non dubita nemmeno un secondo sul fatto di convocarlo o meno. Vale anche per Buffon, al centro dell’indagine di Torino sulle scommesse. È lui il più forte, punto e basta. Nei 23 (Lippi alla fine ne utilizzerà 20) c’è lo zoccolo duro del Palermo (sì, del Palermo: Grosso, Zaccardo, Barzagli Barone), tra le riserve a casa resta un bresciano, Daniele Bonera. Ma un altro «figlio della nostra terra» si prende tutto il palcoscenico.
Un maestro

Il 2006 è l’anno che consacra agli occhi del mondo Andrea Pirlo. Fuoriclasse, talento puro, maestro, genio: chiamatelo come volete, l’Italia che vince la Coppa del Mondo del 2006 è figlia dei suoi piedi, della sua velocità di pensiero.
Il gol al Ghana è una perla, la prima azzurra del torneo, ma cosa è stato il Mondiale per Pirlo si riassume tutto nel minuto 119 della semifinale Germania-Italia. Squadre stremate, 0-0, rigori a un passo, eppure lui è lucido come se avessero appena dato il fischio d’inizio. Palla al limite dell’area, non si sa con quale occhio vede libero Grosso sulla destra. I tedeschi vanno su di lui per chiudergli il tiro, lui pesca il compagno. Gol, apoteosi.
Protagonisti

Pirlo è sublime in una Nazionale che partita dopo partita si scopre prima forte, poi fortissima, infine imbattibile (subisce due gol su azione e uno è l’autorete di Zaccardo). Cannavaro è insuperabile tipo il tonno degli anni Ottanta; se Nesta si fa male ecco Materazzi (ci arriveremo) ergersi a difensore-goleador. Grosso tra rete in semifinale e rigore decisivo con la Francia scrive una storia tutta sua da farci un film. E poi Totti (se non realizza il rigore con l’Australia sarebbero stati guai), Del Piero, Toni, Inzaghi, Iaquinta, Gilardino. Nessuno fa il bomber, ma tutti segnano e sono indispensabili. Come Marcello Lippi, papà di tutti.
Var 2.0
Ma il Mondiale tedesco, tra mille scatti, ne ha uno simbolo: la testata di Zidane a Materazzi in finale. L’arbitro non la vede, il quarto uomo sì grazie a uno schermo. È lui che interviene, richiama il direttore di gara: ciò che ne consegue è storia. L’Italia è campione del mondo, sono state gettate le basi per la nascita della Var.



