L’aria rarefatta, i volti madidi. L’umidità che ottunde i sensi. Sono una ventina, si guardano straniti. «Ma che ci facciamo qui?». Molti di loro parlano portoghese con l’inflessione tipica dei brasiliani. Giocano nello Shakhtar, squadra di calcio del Donetsk, in Ucraina. Guadagnano milioni e ora boccheggiano in una miniera, centinaia di metri sottoterra. Ce li ha portati Mircea Lucescu: «Per vivere anche solo un minuto la vita di chi avrebbe tifato per noi la domenica». È il terzo allenatore più titolato nella storia di questo sport: Pep Guardiola l’ha superato qualche tempo fa, davanti a tutti c’è Sir Alex Ferguson. Che su quel podio ci siano due ex Brescia fa una certa impressione. Oggi il romeno compie ottant’anni. Un gigante che non molla: attualmente guida la Nazionale del suo Paese. Troppo forte il richiamo del campo. Per la pensione c’è tempo.
Il legame con Brescia

Mircea per il calcio ha girato il mondo: Romania, Italia, Turchia, Ucraina, Russia. A Brescia ha affondato radici più che altrove. Ama la calma placida che ammanta la città. Qui ha ancora legami solidi, una casa. «Quanto è finita l’ultima partita?» è la domanda che ritualmente si sente rivolgere chi ha l’occasione di scambiare con lui qualche parola. Non è un interesse affettato, il legame che avverte con la squadra e con la gente è per lui eterno. E il sentimento è reciproco: nella sua storia – sciolta e ricomposta in queste folli settimane – il Brescia ha vinto un solo trofeo, l’Anglo Italiano del 1994. In panchina c’era Lucescu.



