Il calcio italiano ha perso 80mila giovani in 10 anni, solo tra i pro

Un movimento da riformare. Sì, ma come? Il disastro in Bosnia scopre un buco nero che da anni inghiotte tutto: il calcio italiano è malato, ristagna in vecchie consuetudini ormai incompatibili con la modernità alla quale si sono adeguate le altre federazioni.
L’Italia resta indietro: nella capacità di essere competitiva a livello internazionale, sul piano sportivo e su quello delle infrastrutture, vetuste e decadenti. Soprattutto perde i suoi giovani: ottantamila in dieci anni. Non è un dato campato per aria, ma una deduzione ricavata da dati messi a disposizione dalla stessa Figc.
Ne abbiamo parlato con Marco Bellinazzo, giornalista del Sole 24 Ore, che nel 2018 scrisse un libro sul tema: «La fine del calcio italiano. Perché siamo fuori dai Mondiali e come possiamo tornarci da protagonisti», edito da Feltrinelli. Da allora la Nazionale ha fallito altre due qualificazioni.
Bellinazzo, ci aiuta a capire cosa abbiamo sbagliato negli ultimi vent’anni?
«I punti sono molti, ma mi focalizzerei su due aspetti. Il primo riguarda le riforme e gli interventi finalizzati a rendere più sostenibile il nostro movimento dal punto di vista economico, che evidentemente sono mancati. Il flusso dei ricavi televisivi, e dai media in generale, si sta concentrando sui grandi eventi: nel caso del calcio i Mondiali, la Champions League, o tutt’al più la Premier. Per gli altri campionati, Serie A compresa, sono diminuiti. Dal punto di vista sportivo tutto ciò ha determinato che da noi la necessità di raggiungere un obiettivo, come una qualificazione europea o una salvezza, sia più stringente che altrove. E quest’esigenza, alimentando l’isteria che caratterizza il nostro calcio, provoca anche una certa parsimonia a impiegare giovani calciatori, che hanno invece bisogno di giocare per sviluppare il proprio talento».

L’altro aspetto, invece?
«Riguarda la dispersione dei talenti. L’Italia non ha un problema di quantità: abbiamo una base di 700mila ragazzi che fanno calcio a livello scolastico e dilettantistico, quindi fino ai diciassette anni. Un tesserato su quattordici in Europa è italiano, a livello mondiale uno su venticinque. Magari non più in strada, ma i nostri ragazzi giocano a calcio».
Quindi il problema è di metodo.
«Evidentemente. Un dato su tutti, fornito proprio dalla Figc: su questi 700mila giovani iscritti alla Federazione, che quindi giocano a calcio nel cosiddetto settore giovanile scolastico, meno dello 0,1% entra nell’orbita – e quindi nelle giovanili – delle società professionistiche. Parliamo quindi di una chimera».
E chi entra?
«Su questa base di circa 10mila ragazzi il 40% passa ai dilettanti, quindi dalla Serie D in giù. Un altro 40% smette di giocare. Quarantamila in un decennio, praticamente dall’ultimo Mondiale che l’Italia ha giocato nel 2014, in Brasile».
Un sistema nel quale entrare è complicatissimo, e sopravvivere ancora di più. Altrove come vanno le cose?
«Secondo le mie ricerche le altre federazioni non hanno statistiche di questo livello. Ma il punto, mi consenta, è un altro».
Dica.
«Possibile che gli ottantamila spariti dal professionismo nell’ultimo decennio fossero tutti scarsi, e non ce ne fossero venti più capaci di quelli che martedì hanno affrontato la Bosnia?».
Molto difficile, statisticamente.
«Ecco. E il fatto che la Figc abbia presentato in pompa magna un progetto di rivoluzione, che loro chiamano “l’officina del talento”, appena un mese prima della sfida alla Bosnia fa riflettere su cosa i nostri vertici abbiano fatto negli ultimi anni».
Come se ne esce?
«Il sistema va completamente rivisto, ci vorranno anni per ricostruire il movimento. Ma questo è evidente. C’è un obiettivo perseguibile più in fretta, perché fortunatamente a calcio si gioca in undici e mettere insieme una formazione più forte di quella scesa in campo a Zenica non è impossibile. Lo dico soprattutto perché esistono le seconde squadre, che in tempi recenti sono state il serbatoio dei pochi talenti usciti dall’anonimato».

Uno di questi è Palestra, forse l’unica luce nel buio pesto in Bosnia.
«Basti pensare che persino il Milan Futuro, pur retrocedendo, ha dato alla prima squadra Bartesaghi. Molti dei nostri ragazzi sono costretti a emigrare: in Germania, ad esempio. Con le Nazionali giovanili abbiamo ottenuto alcuni risultati negli ultimi tre-quattro anni, ma quasi nessuno ha avuto la possibilità di affacciarsi al massimo campionato. Il caso emblematico è quello di Hasa: miglior giocatore al Mondiale Under 19 vinto dall’Italia nel 2023, oggi sceglie di giocare per l’Albania. Ed è di proprietà del Napoli, che per la cronaca non ha un centro sportivo».
A proposito di infrastrutture: quanto conta per una società di calcio avere uno stadio di proprietà? Qui a Brescia se ne parla da tempo.
«Meglio che sia di proprietà, ovviamente, ma l’aspetto più importante è che sia di qualità».
Si spieghi.
«Oggi uno stadio deve avere servizi e spazi idonei a organizzare anche attività extra sportive, o che comunque non siano strettamente legate al giorno della partita, per garantire al club un aumento strutturale dei ricavi. Tutte le esperienze a livello internazionale ci dicono che con questi standard, soltanto il primo anno, una società vede aumentare i propri introiti tra il 15 e il 30%. E poi è fondamentale avere un centro sportivo all’altezza, che ti consente di controllare bene la tua filiera del talento».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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