Nell’epoca dello sport «mordi e fuggi», il fascino dell’esotico ci fa girare presto la testa. Se poi si aggiunge un goccio di troppo di liquore Curaçao, è un attimo perdere la lucidità.
Già, Curaçao. Per un paio di giorni la Rete - inteso come il web - ha fatto correre veloce la favola dell’esordio ai Mondiali della piccola isola caraibica. Tutti a chiedersi come potesse un paradiso sperduto in mezzo al mare produrre una Nazionale con soli 185mila abitanti, senza considerare però che 25 giocatori su 26 sono in realtà nati e cresciuti in Olanda. Tutti a celebrare quanto eroici siano questi carneadi dai capelli bizzarri che arrivano festanti allo stadio a bordo di un vecchio scuolabus: fa molto pellicola «strappa lacrime». Tutti a esultare per quel gol che è comunque storia, nel vero senso della parola.
Altare e polvere
Poi però con la Germania - giustamente, nessuno s’offenda - finisce 7-1 perché i valori sono evidentemente differenti e allora sul carro danzante di Curaçao improvvisamente lo spazio abbonda. E da cigno da favola a brutto anatroccolo, il passo è breve: tutti protestano perché il livello della competizione è più basso, il carneade curaziano diventa un peso e non più un esempio. Ricorda un po’ la favola più bella dei nostri tempi, quella del Leicester vincitore della Premier League. Dieci anni dopo quel memorabile trionfo, con la squadra scesa in terza serie, in Rete non c’è più un solo tifoso delle «Foxes».




