Che questo corso della Fifa fosse più interessato al business che alla tradizione calcistica lo si è capito da anni. Prima i Mondiali in Russia, poi quelli in Qatar, ora la seconda volta negli Stati Uniti, congiuntamente a Canada e Messico. E di americano molto hanno non solo gli stadi (era così anche nel ’94, del resto), ma anche lo svolgimento degli incontri. Non solo pallone, ma entertainment allo stato puro.
L’ultima polemica riguarda i «cooling break» obbligatori a metà tempo, già ribattezzati «hydration break» con tanto di sponsor di una nota bevanda isotonica. Il fine nobile è la possibilità per i giocatori di refrigerarsi: era stato un tema anche 32 anni fa, figuratevi ora che la Terra è più calda di un grado e mezzo. Quello meno nobile è che alla fine sono vere e proprie finestre per spot pubblicitari, stile Superbowl o Nba. Tre minuti per tempo in 104 gare del Mondiale fanno 624 minuti totali, con prezzi delle pubblicità dai 7 ai 9 milioni di dollari. Altro che idratazione…
Citazione
Il giornale britannico Independent ha già ribattezzato il caso con un titolo - «Watergate» - che dice tutto, nella patria della libertà (e degli scandali). «Stop fatti solo per le tv», ha tuonato l’allenatore Jurgen Klopp, che pure lavora per un gruppo (la Red Bull) che fa dell’idratazione (e del marketing), la propria mission. Sarà, a noi più che acqua fresca pare un calice amaro.




