«Non era più una vita da Becca». Non lo era più quella scandita dagli orari delle medicine, del dovere essere aiutato a mangiare, del dover essere continuamente assistito. Una vita dignitosa, certo, quella di Evaristo Beccalossi. Molto dignitosa anche perché accompagnata dall’amorevolezza e le premure della moglie Danila, gli ultimi 14 mesi dettati esclusivamente dai bisogni del marito, e della figlia Nagaja emotivamente e fisicamente divisa tra i pressanti impegni professionali con l’Inter tra Milano e il resto d’Europa e il pensiero per la salute di papà. Toccò a lei tra l’altro, in quel tragico giorno di gennaio, caricare in auto papà vittima di un malore che si sarebbe rivelato emorragia cerebrale, e portarlo col cuore già carico di angoscia a Brescia, in Poliambulanza. Che poi è divenuta anche l’ultima casa di Evaristo.
«Non era poi una vita da Becca». Lui, imprendibile sul campo e in una vita nella quale è stato altrettanto genio e sregolatezza. Ma proprio la sua imperfezione ha contribuito a renderlo icona al di là di un palmarès molto modesto. Se fosse solo una bacheca a fotografare un giocatore, allora non sarebbe spiegabile il cordoglio suscitato dalla scomparsa del 10 di casa nostra non tanto da parte del gotha delle istituzioni del calcio, bensì dalla gente del popolo.
Della gente del bar: è quello il tribunale nel quale «si decide» chi sei stato in vita, nel quale si certifica se hai saputo lasciare qualcosa. Il calcio non è trofei, il calcio è emozioni.
È mettere ciò che si è, senza veli né censure, dentro ciò che si fa: questo, solo questo arriva. Se sei te stesso, tutto ti viene perdonato: anche due rigori sbagliati in una stessa partita. E Becca era molto più di quelli due rigori: non ha mai lasciato che fossero quei due sbagli a parlare per lui e di lui.

Perché ha saputo seppellirli con una risata: perché non si è mai preso troppo sul serio, che è la vera forza dei grandi. Con il suo spirito di eterno ragazzo: quello che pur nell’età che aveva per essere nonno, riusciva a entrare in sintonia con i giovani di oggi. Incodificabili per tutti, ma non per lui che nel suo ruolo di capo delegazione delle giovanili azzurri, ne ha aiutati tanti tra consigli da uomo di strada e zero morale.
«Non era più una vita da Becca». È il sussurro che passa di bocca in bocca, fra chi gli ha voluto bene e magari talvolta lo ha pure maledetto. Lo pensano anche la signora Danila e Nagaja, stravolte e travolte: da un’ondata di messaggi e aneddoti grondanti affetto per Evaristo che percepivano, ma che forse non inmaginavano così potente. «Viene celebrato come un grandissimo» è la presa d’atto che riempie il cuore e che sarà forse d’aiuto quando i riflettori si spegneranno. Becca aveva perso la parola. «Mi ha fatto tribolare davvero solo quando gli abbiamo dovuto dire che era morto il suo amico Nazzareno Canuti. Lì si è chiuso in se stesso, si è rabbuiato e intristito tanto, si è come spento» la confidenza della moglie.
«Eva» ormai si esprimeva a gesti, ironia della sorte, con quella testa che non aveva mai voluto saperne di mettere al servizio esclusivo della sua professione aggiungendo il talento al controllo. Non poteva, lui stesso, accettare di essere un leone di gabbia, di essere magari anche compatito: le sue donne percepivano la sofferenza interiore del Becca e lo strazio si moltiplicava.
Disperazione. Quella che hanno provato gli amici di sempre Alcide e Alfredo Savoldi che hanno trascorso anche l’ultima tragica notte con con lui, quella del suo gemello diverso Spillo Altobelli, quella del cantante e cantore dell’interismo Enrico Ruggeri accorso in ospedale per un ultimo abbraccio («uno dei momenti più strazianti della mia vita») appena compreso che l’ultimo ricovero e intervento chirurgico del quale aveva avuto bisogno, non ci avrebbe più restituito l’ultima bandiera del calcio romantico. «Non era più una vita da Becca». Tu chiedi chi era Evaristo Beccalossi: uno poco capito, uno solo incredibilmente e trasversalmente amato.



