De Biasi: «Brescia ferito, serve ripartire dal senso d’appartenenza»

Centossessanta. Tanti sono i chilometri che dividono Brescia e Ferrara, città però mai come in questo momento vicine a causa del nefasto destino calcistico. Due presidenti, Cellino e Tacopina, che hanno deciso di gettare via rispettivamente 114 e 118 anni di storia; squadre costrette a dire addio al calcio professionistico nonostante le salvezze ottenute sul campo. Tifosi in piazza e per le strade a manifestare il loro dissenso e la loro rabbia.
Visuale
In mezzo, equidistante, c’è Gianni De Biasi, che conosce bene entrambe le realtà: a Brescia ci ha giocato ed allenato, a Ferrara si è seduto in panchina. Ma ha sempre mostrato il suo forte legame con queste piazze.
Oggi vive in un vortice di emozioni: preoccupato per il destino calcistico e il futuro di Brescia e Spal, in attesa di capire chi sarà il prescelto per la panchina dell’Italia (si è fatto anche il suo nome), pronto ad accompagnare oggi all’altare la figlia Chiara Sofia.
Il momento
«La situazione in cui si trovano Brescia e Spal da una parte mi intristisce parecchio, ma dall’altra lascia molto perplessi. Hanno sempre vissuto campionanti di alto livello, Ferrara ha visto passare giocatori di primo piano. Brescia addirittura non ne parliamo, basti solo ricordare la mia formazione in serie A da Baggio in giù. Quanto sta accadendo ha dell’incredibile, soprattutto dopo che sul campo la squadra aveva ottenuto in serie B una meritata salvezza anche grazie al lavoro di Rolando Maran, portato avanti in condizioni assolutamente non facili per un allenatore».
Ma da fuori che idea ci si può fare della situazione che si è venuta a creare in casa biancazzurra? «Credetemi, è difficile da capire e ci ho davvero provato. Pensavo ci fossero problemi normali, come in tutte le società, evidenziati anche dal fatto che il sospiro di sollievo sia arrivato solo negli ultimi 90 minuti del campionato. Ma mai avrei pensato dopo il 13 maggio (giorno della salvezza dopo la vittoria sulla Reggiana, ndr) che sarebbe potuto arrivare un terremoto del genere. Immaginavo che la società, avendo fatto tesoro di quanto successo e degli errori commessi, sarebbe ripartita in serie B con un progetto ben preciso. Invece non è andata così».
Perplessità
Invece il Brescia, almeno quello targato Massimo Cellino, è ormai sulla strada del fallimento. «Fatico a mettere la testa su quanto accade fuori dal terreno di gioco, sono un allenatore, ma è sotto gli occhi di tutti che i controlli su pagamenti e quant’altro siano diventati ora più efficaci. Io penso alla storia ultracentenaria del Brescia di cui faccio orgogliosamente parte: quanto è successo, quanto in fondo sta ancora accadendo, è a dir poco mortificante per la società e per la città. Questa però è solo una Leonessa ferita, prontissima a rialzarsi perché c’è troppa passione per i colori, c’è un grande senso di appartenenza».
Prospettive
Ok, ma con quale futuro? «Io vado oltre il periodo di Cellino e dico: spero ci sia qualcuno che voglia prendere in mano le redini che furono di Gino Corioni, il quale comunque al di là di tutto al Brescia voleva bene, credetemi, e non mi stupirei se oggi fosse rimpianto.
Leggo che Giuseppe Pasini si è fatto avanti, per quello che so è sì grande imprenditore, ma anche uomo di calcio. E soprattutto bresciano. Ritengo sia la strada giusta da percorrere, se ti butti nelle mani dei fondi non sai davvero come va a finire. Personalmente, da tifoso, preferisco che sia l’imprenditoria bresciana a riportare in alto la Leonessa, dove merita di stare».
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