Il piano di Baggio per cambiare il calcio italiano: perché se ne parla

Roberto Baggio in Federazione è una meteora spedita in orbita da un Mondiale fallimentare: se ne torna a parlare dopo tredici anni in cui l’Italia ha mancato per tre volte la qualificazione alla Coppa regina. All’epoca si fece promotore di un dossier di 900 pagine, al quale lavorarono cinquanta persone, «per rinnovare il calcio italiano dalle fondamenta».
Fu lui stesso a dirlo, in quella celebre intervista al Tg1 in cui annunciava le sue dimissioni da presidente del settore tecnico: «Il volume – raccontò – è rimasto un anno nei cassetti della Figc, quando finalmente ho potuto parlarne mi hanno dato solo 15 minuti di tempo dopo avermi fatto fare ben cinque ore di anticamera».
L’incarico
L’idea di metterlo a capo di un settore della Figc, secondo una ricostruzione fatta all’epoca da Repubblica, fu del presidente dell’Aiac (l’associazione degli allenatori) Renzo Ulivieri. L’intero movimento, già allora, si interrogava su come ricomporre i cocci dopo il fracaso in Sudafrica. Una motivazione che si ripropone quasi identica oggi. Con una differenza: nel 2010, almeno, ai Mondiali ci si andava.
Fatto sta che quella stessa estate, nell’agosto del 2010, la Federazione (il presidente era Giancarlo Abete) lo investe dell’incarico. Il mandato è ripensare il modo in cui vengono formati gli allenatori, responsabili di accompagnare i talenti del futuro nella loro crescita. Anche questo, a tre lustri di distanza, suona familiare.
Il dossier
Nella prima versione suo piano, Baggio dedica grande attenzione allo sviluppo della tecnica individuale dei calciatori dei vivai. Un aspetto che ha una centralità assoluta, ancor più delle esercitazioni tattiche, o di quelle finalizzate al miglioramento delle prestazioni fisiche.
Il Divin codino prevede anche una centralizzazione del comparto scouting della Federazione, per ottimizzare l’osservazione e il monitoraggio dei progressi dei giovani precettabili per le Nazionali giovanili, anche attraverso la creazione di un unico database che accorpi tutte queste informazioni. Una formazione intesa in senso molto ampio, e quindi anche etico, sociale e didattico, non solo strettamente calcistico.
Le incomprensioni e le dimissioni
Parte di questo dossier viene però abortita. Il motivo? Una sovrapposizione di competenze. È lo stesso Giancarlo Abete, appena dopo le dimissioni di Baggio, a spiegarlo: «In principio era finalizzato allo scouting di calciatori, ma quello è responsabilità del Club Italia e di Arrigo Sacchi. A Baggio spettava la formazione dei tecnici». Dopo questa correzione la Figc stanzia dieci milioni di euro, «ma di quei soldi non si è mai vista nemmeno l’ombra», spiegherà Baggio. La controreplica di Abete è che «i fondi ci sono», ma il settore tecnico non ha mai messo a terra i progetti per la nascita di centri federali in tutte le regioni, come previsto dal piano.
È il germe di una serie di incomprensioni che verranno alimentate anche da accuse reciproche, come quella – indiretta – a Roberto di non aver partecipato praticamente mai ai consigli federali: «Prima di tutto non avevo diritto di voto, e poi non vedevo il motivo della mia presenza. Non aveva senso presenziare a riunioni che nulla avevano a che spartire con il mio ruolo». Si arriverà, dopo due anni e mezzo in Federazione, alle dimissioni. E quel dossier resterà «lettera morta».
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