L’ultimo Mondiale colorato di azzurro, datato 2014, porta la sua firma. Da lì in poi il nulla e così il bresciano Cesare Prandelli è un po’ il depositario delle ultime emozioni regalate dalla Nazionale. Ha osservato questa Coppa del Mondo con attenzione e se oggi non vede una favorita tra Spagna e Argentina esprime la sua preferenza per de la Fuente, allenatore (come piace a lui) cresciuto in federazione e che in qualche modo ha «coltivato» quelli che oggi sono i «suoi» ragazzi.
Prandelli, che impressione si è fatto di questa Coppa del Mondo extra large?
«Non mi ha convinto più di tanto. Ci sono squadre che potevano destare molta curiosità, ma secondo me la formula è da rivedere dando più spazio alle formazioni europee, a maggior ragione se si arrivasse davvero a 64 nazionali. A livello organizzativo invece è stato fantastico con stadi sempre pieni ovunque».
Spagna-Argentina, la finale che si aspettava?
«C’erano quattro-cinque squadre che avrebbero potuto arrivare fin qui e queste due erano nel lotto. Se ripenso alla semifinale tra Inghilterra e Argentina, la squadra di Tuchel una volta trovato il vantaggio si è rintanata in area non avendo tra l’altro il giocatore dell’ultimo passaggio e lì sono venute fuori le qualità tecniche e caratteriali dell’Argentina, che risorge ogni volta in cui sembra sportivamente morta. Poi soprattutto c'è questo ragazzino di trentanove anni che di nome fa Messi il quale dopo 90 minuti ti fa ancora un assist in maniera calibrata, perfetta, coi tempi giusti. Questo è il calcio, al di là di tutte le considerazioni che si possono fare da un punto di vista tattico, dei sistemi di gioco: negli occhi di noi tifosi rimangono queste immagini».
La Spagna ha un allenatore come de la Fuente, «prodotto» della federazione. Argomento a lei caro.
«Questi ragazzi se li è cresciuti lui, anno dopo anno, e la Spagna dovrebbe rappresentare un esempio per tante nazioni. Ritengo ci sia bisogno di ritornare agli allenatori della federazione, perché sono quelli che hanno più possibilità di entrare nell’anima dei ragazzi, creare con loro la giusta empatia, un clima familiare. Per poi dare valore ai giocatori di personalità».

Quella iberica quindi è una scuola vincente?
«De la Fuente allena i giocatori di oggi da quando hanno dodici anni: si sentono a casa con lui, protetti. E poi in generale la Spagna ha un vantaggio rispetto a tante altre nazioni: il suo calcio è sempre lo stesso, codificato, non l’ha mai cambiato. Fare possesso palla, valorizzare i giocatori nei ruoli a loro più congeniali, dare la possibilità a quelli bravi di dribblare e a quelli che hanno capacità tecniche di metterle al servizio della squadra. Siamo noi invece che continuamente vogliamo cambiare il nostro calcio».
Ma secondo lei, in Italia, ci sarebbero allenatori disposti a crescere solo e soltanto in federazione?
«Assolutamente sì. Basterebbe trovare un gruppo di quattro-cinque ex campioni del mondo o ex grandi giocatori dando loro la responsabilità di far crescere i giocatori. Lo farebbero con grande entusiasmo, ne sono convinto».
Tornando alla finale, c’è una favorita?
«Partono 50 e 50. Sarà interessante capire se l’Argentina cercherà di prendere alta la Spagna, come ha fatto con l’Inghilterra nel secondo tempo. Sarà un braccio di ferro, anche a livello psicologico, qualche episodio potrà condizionare nel bene e nel male. Però di fatto sarà una finale in cui saranno protagonisti il calcio, la tecnica e non i sistemi di gioco».
Vengo ai singoli: si aspettava un Messi così?
«Sì, me lo aspettavo a sprazzi, perché nel momento in cui lui illumina, illumina davvero. Chiaro che lo puoi fare se hai dieci tuoi fedelissimi i quali sanno che se anche perdi due-tre-quattro palloni, poi d’incanto ti inventi un assist. D’altronde la qualità è intramontabile».
Può anche essere la finale di Yamal e Lautaro Martinez?
«Mi diverte pensare che 19 anni fa in uno spot pubblicitario il piccolo Yamal fosse in braccio a Messi... È cresciuto partita dopo partita, ma lo stesso vale per Lautaro».
Qual è stata la delusione del Mondiale?
«Dico il Brasile e mi dispiace per Carlo (Ancelotti, ndr), ma aveva sottolineato di avere un gruppo in fase di costruzione. È un grande allenatore, credo lo abbia detto sapendo che i suoi non erano pronti. La classica fase in cui i "vecchi" stanno salutando e i giovani non sono ancora pronti. Conoscendolo sarà già al lavoro per il prossimo Mondiale».
E la sorpresa?
«Per la continuità di gioco dico la Spagna».
Chiudo con la Francia: in molti erano certi di un remake della finale di quattro anni fa, invece...
«Resta la squadra potenzialmente più forte, lo dico anche se è stata eliminata. Ventisei giocatori fortissimi, una rosa di fuoriclasse, ma alla fine cosa manca? Manca la pedina giusta, nel senso che nel momento in cui due o tre non hanno spazio, sono fermi. Non riescono a ripartire perché poi non c’è quello che fa l’uno contro uno, il giocatore che ti dà la qualità, che detta i tempi di gioco alla squadra. Avrebbero bisogno di un Platini o di uno Zidane per essere davvero imbattibili».




