«Quarant’anni fa ho visto da vicino la follia umana. Quella Coppa Campioni che la Juventus ha vinto non l’ho mai sentita mia e così sarà sempre». Cesare Prandelli scese in campo al minuto 84 il 29 maggio 1985 allo stadio Heysel, gli ultimi sei minuti della finale con il Liverpool rimasta purtroppo indimenticabile non per quello che accadde in campo, ma fuori. La furia dei tifosi inglesi, il muro del settore Z che crolla, 39 morti quasi tutti italiani. Una strage.
Rabbia

«È quasi imbarazzante parlarne, fatico a trovare le parole giuste. C’è ancora rabbia per quella follia umana. Il tempo non passerà mai, ma è giusto così». Tempo che torna anche indietro, a quei giorni. «Ci sono ricordi che mi porterò tutta la vita. Il giorno prima facemmo allenamento all’Heysel, il pallone usciva dal campo e noi vedevamo calcinacci e sassi sugli spalti, reti da pollaio a dividere i settori. Quello stadio non era adatto ad ospitare una finale». E poi il 29 maggio, con la squadra che conferma ancora oggi Prandelli, «non ebbe affatto chiara la percezione di quanto fosse accaduto prima del fischio d’inizio. I telespettatori sapevano tutto, noi quelle immagini le vedemmo alle 2 di notte, in albergo, rendendoci solo allora conto della tragedia attorno a noi». E ancora: «Eravamo negli spogliatoi, notammo però i tifosi inglesi che erano entrati con casse, ripeto casse, di birra andare avanti e indietro dal loro settore, ma mai avremmo pensato a una strage. In campo c’erano centinaia di tifosi italiani terrorizzati, quello sì: aprimmo una porticina dello spogliatoio per farli uscire, scappavano. C’erano Platini, Boniek, i grandi giocatori, ma nessuno si fermò tanta era la voglia di andarsene».



