Da vicepresidente della Pallacanestro Brescia a uomo di garanzia al tavolo delle istituzioni nel momento in cui Mauro Ferrari ha deciso di vendere a Roma la società che solo poche settimane prima aveva inseguito il sogno scudetto.
«Dal punto più alto al punto più basso senza nemmeno accorgersene», ammette Enrico Zampedri, manager in diverse realtà e ora amministratore della nuova società che riparte dal campionato di B Nazionale. «Abbiamo firmato finalmente il preliminare di acquisto delle quote di Nocera. Poi ci vorrà un paio di settimane per il closing vero e proprio che prevede il passaggio delle azioni e il cambio di nome».
Come si chiamerà il nuovo club?
«Vogliamo che ci sia il nome Leonessa e il nome della città di Brescia. Adesso stiamo vedendo come meglio suona nelle varie declinazioni».
Si aspettava che in sette giorni potesse rinascere il basket a Brescia?
«Sicuramente no. Siamo passati dallo choc del sabato pomeriggio al lavoro di lunedì quando ci siamo ritrovati in Loggia su iniziativa della sindaca. Da quel momento è scattata una corsa e si è innestata un’energia straordinaria che ci è arrivata dall’Amministrazione, dai tifosi, da tutte le persone intorno che hanno chiamato per dire “noi ci siamo”. Ci siamo quasi dimenticati di quello che era successo».
Ma qualcosa una settimana fa è successo... Più sorpreso o più deluso da Mauro Ferrari?
«Sicuramente sorpreso, però non c’era posto per i sentimenti di rabbia e ha vinto la voglia di rimboccarsi le maniche».

Come componenti del Consiglio d’amministrazione della Pallacanestro Brescia davvero non sapevate nulla?
«Lo giuro, assolutamente no. Ora però si è voltato pagina e si è cominciato a scrivere qualcosa di nuovo. Una cosa su Ferrari la devo dire: lasciando perdere la scelta che ha fatto, non avremmo mai potuto completare la rinascita in sette giorni se lui non ci avesse comunque supportato. Dalla donazione per l’acquisto del titolo, perché nessuno pronti-via avrebbe messo quei soldi sul tavolo, ma anche perché ci ha messo a disposizione i suoi professionisti e l’elenco delle squadre che si potevano comprare e questo ci ha permesso di andare subito alla meta».
E così un anno dopo il crac del calcio, Brescia ancora una volta ha dimostrato di far sistema nell’emergenza.
«Sì, le analogie sono veramente sorprendenti. La complicazione del quadro di insieme è diverso, però di fatto la reazione è stata identica con una grande differenza. In questo caso non è emerso un uomo solo al comando, ma ci si è messi tutti insieme».
Ma può ancora esistere l’uomo solo al comando nello sport di oggi?
«Nella pallacanestro per tenere una squadra ai vertici serve un imprenditore che di suo deve innestare delle risorse che non hanno una contropartita economica diretta e purtroppo con il movimento del basket di oggi si fa fatica a livelli alti o molto alti. Quello che vogliamo fare adesso è ripartire da un progetto che sia sostenibile, senza bisogno che ci sia qualcuno che si sveni di suo per tenere in piedi qualcosa che da solo non ci sta, quello che di fatto è successo. L’abbiamo scoperto tutti in maniera un po’ violenta, ma è quanto accaduto con Ferrari. Adesso dobbiamo fare un passo che sia lungo tanto quanto la gamba».
Quindi come è costruita la nuova società?
«Ci sarà un Consiglio di amministrazione con cinque persone. Graziella Bragaglio come presidente, io come vicepresidente, poi Mirko Busi, Giovanni Mazza e Davide Peli come consiglieri. Rappresentiamo il primo Cda che resterà in carica i primi tre anni. Ma l’obiettivo è quello di allargare subito dopo la compagine sociale a tutti coloro che sono interessati a partecipare a un progetto sportivo e sociale, creando una sorta di public company. L’idea è che nessuno abbia più del 5% di questa società, quindi non ci sarà più un uomo al comando, bensì tanti soci. Stiamo poi pensando di inserire nello statuto una clausola che renda impossibile il trasferimento della società. Andrà studiata bene, però se chiedi a una comunità come quella bresciana di sostenere un progetto, poi non può essere che lo porti via. Ferrari ha potuto farlo, era la sua azienda in qualche modo. Non vogliamo che succeda più. Non potrà esserci uno che si sveglia un giorno e dice: “Da domani vado a giocare altrove”».
Il settore giovanile come sarà gestito?
«Non si è mai fermato e va avanti. Lo gestirà per un anno Mauro Ferrari e poi tutto il pacchetto entrerà a far parte della nuova società. Nessun giovane si perderà e noi possiamo subito concentrarci sulla prima squadra».
E finalmente potrà parlare il campo. Che squadra avete in mente di costruire?
«Il progetto è triennale ma partiamo con l’obiettivo di salire il prima possibile in serie A2, che è un campionato sostenibile. Ci divertiremo».




