Escluso Alberto Paris, oggi sessantunenne, che fu numero 207 del mondo, Marco Pedrini è il maggiore tennista bresciano di sempre. Oggi quarantatreenne, ha in realtà terminato la propria carriera a livello Atp a 25 anni, nel 2008. Il suo best ranking coincide con la posizione 294 (è stato 270 in doppio). Dai 25 anni in poi si è concentrato sul circuito nazionale, disputando i campionato a squadre (anche in serie A) e i tornei Open. Ha anche lavorato nel team di Francesca Schiavone, tennista milanese ritiratasi nel 2018 (vincitrice del Roland Garros nel 2010, best ranking quarta posizione). Oggi il bresciano è direttore del Tc Brescia, zona carceri, ed è insegnante.
Lo spunto per una chiacchierata con Pedrini è il tema delle scommesse nel tennis. Un tema reale, non già per le scommesse in quanto tali, ma per il mondo che può girarci attorno. Aveva – giustamente – fatto rumore la denuncia di Matteo Berrettini, tra i principali esponenti della racchetta italiana (oggi è al numero 43, è stato anche sesto), nei giorni degli Us Open. Aveva raccontato che il fratello Jacopo, a sua volta tennista, aveva ricevuto messaggi minatori di scommettitori che facevano pressioni affinché Berrettini perdesse le proprie partite («Uccideremo la tua famiglia»).
Il problema non è solo o non tanto legato ai grandi tennisti, che hanno le spalle abbastanza larghe – dal punto di vista economico e anche della semplice notorietà – per non finire nelle maglie di un sistema illegale, intimidatorio e malato. Il problema è tale specie nei circuiti minori. Nei quali girano molti meno soldi. E nei quali i professionisti fanno vite da professionisti senza guadagnare somme da professionisti, imparando l’arte di arrangiarsi tra allenamenti, viaggi, logistica e partite. Questi atleti vivono vite non semplici. Per loro il rischio di cadere nella tentazione di guadagni facili e il pericolo di cedere alle eventuali minacce sono reali.
La prima domanda a Pedrini, quindi, è sulla propria esperienza personale. Dato che lui si è mosso principalmente nel circuito dei Futures, tornei «satellitari» che davano parecchi punti Atp, ma che non garantivano la visibilità dei grandi appuntamenti. Questo non gli ha impedito di mettere in fila vittorie di valore. Di tornei, ma anche di partite che l’oggi quarantatreenne non dimenticherà mai, in particolare quelle contro dei giovani Andy Murray (scozzese numero 1 del mondo nel 2016) e Juan Martín Del Potro (argentino, terzo al mondo nel 2018).
Pedrini, a lei è mai capitato di ricevere la proposta di vendere una partita o di partecipare a una combine?
«Solo sul finire della mia carriera nel circuito internazionale. Mi capitò di essere avvicinato da persone che mi chiesero di entrare in un giro di giocatori disponibili a sistemare le partite. Dissi di no. Non mi disturbarono oltre. Di lì a poco presi la decisione di vivere il tennis in modo diverso. A 25 anni decisi di dedicarmi ai tornei Open, alle coppe a squadre, all’insegnamento. Tutte attività peraltro molto più remunerative rispetto alla carriera che facevo. Il problema delle scommesse, comunque, è davvero complicato da risolvere. Le possibilità di fare puntate sono quasi infinite...».
In che senso?
«Si può scommettere su qualsiasi cosa. Non solo su chi vincerà e chi perderà. Si scommette sul numero di doppi falli, sul numero di errori gratuiti, sul numero dei game che un tennista farà. In uno sport come questo è veramente complicato capire le intenzioni di un atleta. Sbaglia apposta, sbaglia perché, semplicemente, è poco in giornata? Difficile dirlo».
Ha ragione Berrettini quando sottolinea come un sistema del genere sia molto pericoloso specie per i tennisti che giocano ai piani inferiori?
«Sì, è così. Perché se sei 200 o 300 al mondo, o ancora più indietro, non vivi una vita paragonabile a chi è in Top 100 o Top 150. Ti ritrovi spesso a doverti pagare i viaggi. Ti devi arrangiare, con ulteriori costi, per stanze o alberghi. Non puoi permetterti un allenatore. Devi, banalmente, nutrirti. E non puoi mangiare male, nei fast food. Devi dormire. A volte l’unica soluzione è organizzarsi in piccoli gruppi con altri colleghi. Insomma, puoi trovarti in un torneo sperduto nel mondo, in Africa o in Asia, e ricevere l’offerta di mille dollari per perdere una partita. Cadere in tentazione può essere facile. Quei soldi, tutti in un colpo, non li vedi facilmente. Poi, chiaramente, dipende dall’etica di ciascuno».
Esiste, secondo lei, un modo pratico per arginare il fenomeno dei match combinati?
«L’unico che mi viene in mente è osservare i flussi delle scommesse. Se i flussi sono anomali, bisogna controllare e fermare. Ad esempio, se un numero ingente di persone si mette a scommettere su un dettaglio di un match minore, come il numero dei doppi falli che commetterà un giocatore, dovrebbe scattare sempre un check. È già così, probabilmente bisogna stare ancora più attenti. Mi sono accorto che qualcosa era strano anche quando lavoravo con Schiavone. C’era la netta percezione che i team di altre giocatrici avessero una sorta di filo diretto con l’esterno. Che informassero sulle condizioni di forma di questa o quella atleta».

Lei è stato, appunto, un tennista di alto livello, che ha provato a entrare nella cerchia dei grandi. Come ha vissuto quegli anni? Era maggiore la gioia di rincorrere un sogno o le difficoltà emotive legate al fatto di non riuscire ad avvicinarsi abbastanza all’obiettivo?
«Premetto che sono molto orgoglioso dei risultati ottenuti. E, anche oggi, ho grande stima non solo di chi è riuscito a entrare in Top 100, ma anche di chi è tra i primi duecento, trecento tennisti al mondo. So esattamente cosa significa arrivare fin lì. Conosco i sacrifici, l’impegno, le rinunce. Al di là dell’orgoglio per i miei risultati, ricordo che all’epoca guardavo sempre ciò che mancava per entrare nel giro dei big. Ricordo quel senso di frustrazione strisciante».
Il suo presente?
«Sono direttore al Tc Brescia, che è gestito dalla società Brixia Power. Gioco ancora le coppe a squadre, sono tesserato per il Levico Terme di serie B. Mi cimento in manifestazioni Over 40. Insegno e coordino i tornei che vengono organizzati sulla terra rossa del circolo in cui lavoro. In questi giorni si sta svolgendo un Open molto interessante. Tra i big in tabellone Marco Speronello e Alessandro Ingarao. Quest’ultimo è stato più volte il miglior Seconda categoria d’Italia e ha recentemente fatto da sparring a Jannik Sinner».




