Franzoni: «Vincere a Kitzbühel vale le Olimpiadi, ho sciato da paura»

Se, dopo la vittoria di Wengen, Giovanni Franzoni è stato sveglio dalle 3 alle 6 per l’adrenalina, c’è da credere che nell’ultima notte non avrà chiuso troppe volte occhio. Eppure, passata l’euforia, la tensione, l’emozione e la commozione, resta il ragazzo di sempre. Umile, educato, misurato. «La maggior parte del merito è dei miei genitori, mi hanno cresciuto con sani valori».
Ha pianto Giovanni Franzoni, ha fatto piangere al parterre mamma Irene e papà Osvaldo, probabilmente qualche altro migliaio di persone in Italia e nel mondo. Perché a Kitzbühel è arrivato all’infinito e oltre. Ma resta con i piedi per terra dopo aver fatto scorrere gli sci come nessun altro.
Franzoni, come si commenta una vittoria sulla Streif?
«Non lo so nemmeno io – racconta da Kitzbühel dopo l’impresa –. Una vittoria, nemmeno in superG, ma nella discesa che tutti volevano. È semplicemente incredibile, ho sciato da paura».
Però fanno due vittorie e quattro podi in poco più di un mese, non si può dire sia inatteso, giusto?
«Non è un caso, ma avevo visto anche le prove degli altri nonostante avessi avuto il miglior tempo. Sono riuscito a mettere tutto insieme da mattina a sera, è stata la giornata perfetta, ha girato tutto per il verso giusto. Ero ok fisicamente, ma anche mentalmente».
Ha fatto una cosa da campione: ha reagito alla delusione del 12esimo posto in superG con una prestazione mostruosa, se ne è accorto?
«Dopo la prima gara un po’ di fiducia se ne era andata, ma nella ricognizione ero super carico. In discesa sono paradossalmente più tranquillo perché ho meno aspettative rispetto al superG, e anche perché le prove erano andate bene. Sapevo di non poter sbagliare troppo».
Infatti è stato quasi perfetto...
«In alto ho fatto delle sbavature, ero preoccupato per lo Steilhang prima della stradina, ma sulle curve dell’Hausbergkante mi sono confermato. Sapevo che dovevo fare così, perché Odermatt voleva vincere a tutti i costi e arrivava con il coltello fra i denti...».
Si è accorto anche lui però che ora deve fare i conti con lei, può essere un nuovo dualismo per lo sci?
«Non so, in questi giorni mi hanno detto che era molto agitato quando guardava le mie prove, ma per metterlo in difficoltà sul lungo termine ce ne vuole».

Intanto però ha versato lacrime sul podio pur essendo arrivato secondo...
«Ho visto qualcuno arrabbiato anche stavolta, è bello dare fastidio. Ma dalle sue lacrime capisci la determinazione che ci mette per raggiungere certi risultati, mi è venuto spontaneo dargli una pacca sulle spalle. Stavolta i centesimi erano dalla mia parte».
Anche lei ha pianto al traguardo.
«Avevo in testa più del solito Matteo Franzoso (l’amico velocista scomparso in Cile il 15 settembre dopo una caduta in allenamento; ndr). Sui social mi è uscito un video insieme a lui che me l’ha fatto ricordare. Ci ho pensato tutta mattina. Mi ha dato carica e anche tranquillità, vincere per lui è stupendo».
Cosa significa farlo sulla Streif?
«Kitzbühel è il regno dei velocisti, è più che speciale. D’accordo, ci sono le Olimpiadi, ma vincere qui vale come farlo ai Giochi, tutti lo sognano».
Ora è nono nella generale e terzo nella classifica di discesa, che effetto fa?
«Il podio di disciplina nella libera mi sembra super strano. Ma volo basso perché sono sempre il solito. Questo successo lo realizzerò forse questa estate, ora bisogna tenere il focus su certe cose e non so come farò. I Giochi? Voglio godermeli senza ansie, se poi arriverà il risultato tanto meglio».
Ha visto quanto era sfigurato dalla tensione nel leader corner?
«Mi è capitato qualche video, vedere gli altri è sempre un’agonia. Ma meglio così’, soffrire e vincere».
E stavolta era anche circondato dagli affetti.
«Oltre ai miei genitori c’era mio zio, i compagni dello Ski college Falcade, un sacco di gente: una volta che ci sono tutti, sono contento di aver regalato una gioia anche a loro».
Cosa c’era in quell’abbraccio tra le lacrime con mamma e papà?
«Sai, vedere un figlio vincere a Kitzbühel non capita tutti i giorni. Io devo solo ringraziarli perché mi hanno cresciuto bene, sono persone umili che hanno sempre lavorato, crescendo me e mio fratello Alessandro con ottimi valori. La maggior parte del merito è loro».
Bando alle emozioni e spazio alla venalità: che ci farà con i 101.000 euro del premio?
«Se non li spendo per i miei migliori amici, mi compro casa».
Ha detto di voler tenere il focus sulle gare. Ma la vittoria sulla Streif merita un festeggiamento?
«Sì, c’è il party qui. Mi lascio un po’ andare, ma non troppo: non sono uno che beve, altrimenti mi addormento».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
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