Cosa dicono le ultime analisi delle acque a valle della discarica Vallosa

Le ultime analisi delle acque sotterranee alla discarica Vallosa di Passirano sono datate novembre 2022. E dicono che, in uno dei piezometri posti a valle della ex cava, i valori di nichel, manganese, Pcb e nitriti sono superiori ai livelli di concentrazione massimi stabiliti per ciascuna sostanza.
Gli inquinanti sono stati rilevati in uno degli undici pozzi (i piezometri) distribuiti a valle e a monte della discarica, che l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente utilizza per monitorare la falda superficiale e quella profonda. A novembre forniranno dati aggiornati sulla contaminazione provocata dai rifiuti accumulati nella cava per decenni, tra i quali anche gli scarti della Caffaro Spa, la vecchia industria chimica situata tra via Nullo e via Milano in città e responsabile di un disastro ambientale enorme, che all’inizio degli anni Ottanta dichiarò di aver smaltito nella Vallosa fusti di metallo contenenti Pcb (i policlorobifenili) tra il 1969 e il 1975.
Cosa dicono le indagini
Più nel dettaglio, le indagini di Arpa di poco meno di un anno fa indicano un livello di supero di nichel pari a 43,6 µg/l contro una soglia di contaminazione massima di 20 µg/l, di manganese pari a 370 µg/l contro un limite di 50 µg/l, di Pcb pari a 0,162 µg/l contro un massimo di 0,01 µg/l (comunque in miglioramento rispetto alle analisi precedenti) e di nitriti fino a 1490 µg/l contro una soglia di 500 µg/l. Migliora invece lo stato degli idrocarburi, tornati entro i limiti consentiti.Questi numeri sono solo l’ultima fotografia di un monitoraggio costante della falda iniziato quasi vent’anni fa (le prime sessioni di rilievi delle acque sotterranee con i nuovi piezometri sono del 2004), che si inserisce in indagini più ampie condotte nei terreni della Vallosa fin dagli anni Ottanta, e che nel 2003 hanno portato all’inserimento dell’ex cava di Passirano nel Sito di interesse nazionale Brescia Caffaro.
Cos’è la Vallosa
Fino al 1965 l’area della Vallosa, a sud del comune di Passirano, è stata utilizzata come cava di sabbia e ghiaia. Nel 1972 i fratelli Domenico e Giovanni Orizio ottengono dal Comune l’autorizzazione a trasformare la zona in discarica per rifiuti solidi urbani, ma già alla fine degli anni Settanta l’ufficio sanitario comincia a rilevare rifiuti inquinanti: tra questi ci sono anche fusti metallici che contengono i Pcb della vecchia Caffaro. Alla luce di questa prima relazione il sindaco impone la chiusura della Vallosa e comincia una stagione, mai conclusa, di indagini per capire come e quanto gli scarti interrati nell’area abbiano inquinato terreni e acque sotterranee.
Una prima proposta di bonifica arriva nel 1991 da parte della società Sageter ma presenta una serie di criticità e non viene accolta dall’Amministrazione comunale. Tutte le istituzioni concordano sulla necessità di mettere in sicurezza il sito, visto anche il rischio di contaminazione della falda, ma bisogna aspettare il 2001 per un’analisi a tutto campo anche nelle aree adiacenti alla discarica: le conducono Asl e Arpa esaminando terreni, alimenti di origine vegetale e animale, il sangue di alcuni residenti. I risultati arrivano l’anno successivo e documentano il supero dei limiti delle concentrazioni di Pcb e mercurio in quasi tutti i campioni prelevati. Viene emessa la prima ordinanza del sindaco che impone una serie di divieti nelle aree intorno alla discarica (l’ultima ordinanza è del 2021).
Nel 2003 la Vallosa viene inserita nel perimetro del Sito di Interesse nazionale: si tratta di un’area di 31.150 metri quadrati, con un volume di rifiuti stimato di 440.000 metri cubi. Secondo indagini condotte nel 2014 nell’ambito del piano di catatterizzazione, i rifiuti arrivano fino a 13 metri sottoterra, i terreni inquinati sottostanti raggiungono i 17 metri di profondità. Si struttura una campagna di monitoraggio delle acque di falda e inizia un piano di caratterizzazione che coinvolge anche un’area a nord-est della discarica, l’area Minelli, in cui sono stati interrati rifiuti urbani e, si scoprirà successivamente, anche i fusti con il Pcb. Per questo verrà chiesto di tracciare un nuovo perimetro del Sin che includa anche l’area Minelli.Nel 2007 il ministero dell’Ambiente approva le specifiche dell’impianto di messa in sicurezza d’emergenza (MISE), che serve a contenere la contaminazione riscontrata in uno dei piezometri e impedire che i contaminanti raggiungano la falda sotterranea. L’impianto, ancora in funzione, prevede un pompaggio continuo delle acque superficiali di questo piezometro e l’accumulo di queste acque in serbatoi per farle smaltire in impianti autorizzati.
Nel 2009 ministero dell’Ambiente, Regione Lombardia, Provincia di Brescia, Comune di Brescia, Comune di Castegnato e Comune di Passirano sottoscrivono un Accordo di Programma per definire gli interventi di messa in sicurezza e bonifica del Sin Brescia Caffaro. Per la Vallosa si prevede uno stanziamento di 450mila euro. Nel 2015 la somma viene aumentata fino a 786.356,71 euro che con altre aggiunte tra il 2018 e il 2019 raggiunge l’importo complessivo di oltre 3 milioni e 356mila euro (3.562.721,16 euro).
Le analisi degli anni successivi dimostrano una contaminazione da Pcb e diossine anche in aree esterne al perimetro della Vallosa. Si arriva al 2018, quando la società incaricata NCE srl deposita il Progetto di fattibilità tecnico ed economica per gli interventi di prevenzione del Sin Vallosa e dell’area Minelli, preliminare a un futuro progetto di messa in sicurezza permanente. Quest'ultimo, in sintesi, prevede una sorta di incapsulamento dell’area in più fasi. La prima riguarda il capping, una specie di copertura superficiale che serve a impedire la propagazione degli inquinanti. La seconda prevede una cinturazione impermeabile del perimetro e la terza una barriera di fondo.
A che punto siamo
A febbraio si sono conclusi i lavori, cominciati nel 2021, che hanno portato alla realizzazione del capping della Vallosa. Per Legambiente Franciacorta questa protezione però è insufficiente: le analisi volute da Regione Lombardia e in programma per novembre stabiliranno se sarà necessario procedere con la creazione di una specie di sarcofago in cui rinchiudere la discarica, una soluzione che starebbe esaminando anche il Comune di Passirano (il sindaco però, contattato, non è disponibile prima di martedì). Le fasi successive al capping prevedono la cinturazione dell’area e l’impermeabilizzazione del fondo con iniezioni laterali: stando a quanto emerso durante le ultime riunioni, il primo intervento potrebbe costare dai 14 ai 19 milioni di euro, il secondo 57 milioni di euro.
E i terreni intorno alla Vallosa? Le indagini dell’ex Asl e di Arpa hanno certificato la contaminazione di alcune aree esterne alla Vallosa fin dal 2001. Su queste zone è in vigore un’ordinanza del sindaco di Passirano che vieta, fra le altre cose, l’utilizzo e l’asportazione del terreno, l’allevamento di animali destinati all’alimentazione umana, la coltivazione di alcuni ortaggi e ammette invece la coltivazione di frumento, mais, piante da frutto, viti e ulivi a patto che siano rispettate precise modalità.
Da anni le associazioni ambientaliste chiedono la bonifica di tutte le zone inquinate. Il focus per ora è sul Sin, e quindi sulla sola Vallosa, in cui si è operato fino a oggi con interventi «tampone». Che, forse, nei prossimi mesi potranno essere completati con una soluzione definitiva.
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