Il numero non è di quelli che fanno impressione ma le conseguenze dello stop all’attività di un gruppo comunque significativo di assistenti ad personam – cento in Lombardia, qualche decina in provincia di Brescia – rischia di avere ricadute pesanti sia sulla vita dei lavoratori e sia su quella degli studenti con disabilità.
In Parlamento si lavora a una legge al riguardo che potrebbe correggere la situazione; intanto, però, le regioni hanno stabilito delle regole, e in Lombardia gli Asacom (assistenti all’autonomia e alla comunicazione, come si chiamano ora) devono essere in possesso di una laurea in materie umanistiche a indirizzo educativo (o integrate in tal senso) oppure di un diploma di scuola secondaria di secondo grado quinquennale completato da un percorso di qualificazione di 600 ore. Chi entro il 31 agosto dell’anno prossimo non avrà questi requisiti – ma «solo» un diploma magistrale o altri titoli di studio precedentemente validi – perderà il posto.
La lettera
Eppure tra gli Asacom senza laurea o diploma quinquennale ci sono persone che da anni, ogni giorno, prestano servizio accanto ai bambini e ai ragazzi con disabilità nelle scuole. Lo spiega bene la lettera aperta delle lavoratrici di una cooperativa bresciana: «Anni spesi a costruire ponti dove c’erano muri, a tradurre sguardi, a sostenere famiglie nel momento del bisogno, ad affiancare ogni giorno ragazze e ragazzi con disabilità».
Si tratta di professioniste che «negli anni hanno sopperito alle riforme normative accumulando decine di attestati di formazione specialistica per rispondere a ogni tipo di disabilità. Un patrimonio di competenze fisiche, emotive e pedagogiche costruito sul campo che improvvisamente, per un cavillo formale, viene azzerato». Non solo: «Molto spesso, nella realtà quotidiana delle aule scolastiche, il nostro ruolo è andato ben oltre la semplice assistenza: abbiamo garantito la continuità didattica ed educativa, colmando i vuoti di un sistema che cambia docenti ogni anno e svolgendo la sostanza del lavoro di supporto all’integrazione. Abbiamo costruito legami indissolubili di fiducia e stima con gli studenti e le loro famiglie, che in noi vedono un punto di riferimento fermo».
In Regione
C’è poi «un paradosso anagrafico e previdenziale: molte di noi hanno superato i 50 o 60 anni; c’è chi ha 62 anni e dovrà attendere i 67 per la pensione. Inserirsi di nuovo nel mercato del lavoro a questa età è un’impresa quasi impossibile».
Anche da queste considerazioni deriva la serie di richieste inviata in Regione con una lettera firmata dalle circa cento assistenti lombarde interessate dal problema. Prima richiesta: riconoscimento dell’esperienza professionale e delle competenze già acquisite; seconda: riconoscimento della formazione già svolta; terza: tutela della continuità educativa e assistenziale; quarta: tutela occupazionale e salvaguardia delle professionalità esistenti. Con una precisazione: «Una volta riconosciute e tutelate le professionalità esistenti, siamo disponibili a valutare eventuali ulteriori percorsi formativi utili ad arricchire le nostre competenze».
Cooperative e sindacati
La situazione ovviamente riguarda anche le cooperative stesse, principali datori di lavoro degli assistenti. Confcooperative Brescia assicura la propria attenzione e riferisce di aver attivato, con il contributo di Koinon e Solco, 16 percorsi di formazione per i lavoratori con profili idonei alla riqualificazione che coinvolgono progressivamente circa 340 persone. Per quanto riguarda invece le persone prive dei requisiti, «la priorità è tutelare la continuità occupazionale».
Al lavoro, in un clima di collaborazione, c’è anche il sindacato. Certo, «a parità di livello economico, gli assistenti non potranno più avere la stessa mansione», ammette Gianmarco Pollini, segretario generale della Cisl Fp di Brescia. E solleva un’altra questione: «È vero che il numero delle persone interessate dal problema non è altissimo ma una volta che queste avranno cessato il servizio, chi prenderà il loro posto?»




