Salute e benessere

Sclerosi multipla, «ecco perché oggi la diagnosi fa meno paura»

Il dottor Nicola De Rossi, responsabile del Centro regionale per la sclerosi multipla di Montichiari: «Vent’anni fa avevamo meno strumenti, oggi possiamo curare meglio e accompagnare i pazienti con maggiore consapevolezza»
Daniela Affinita
Una persona in sedia a rotelle
Una persona in sedia a rotelle

Parlare di sclerosi multipla significa parlare di una malattia complessa, ma significa anche raccontare una storia fatta di ricerca, conoscenza e grandi passi avanti della medicina. Per questo Obiettivo Salute ha scelto ancora una volta di dedicare una puntata a questa patologia: perché parlarne significa informare, ridurre la paura e ricordare alle persone che oggi, rispetto al passato, la diagnosi non rappresenta più un punto di arrivo senza possibilità, ma l’inizio di un percorso che può essere affrontato con strumenti sempre più efficaci. Ospite della trasmissione di mercoledì scorso, il dottor Nicola De Rossi, responsabile del Centro regionale per la sclerosi multipla di Montichiari, che da quasi vent’anni dedica la propria attività alla cura e allo studio di questa malattia.

Dottor De Rossi, la sclerosi multipla perché fa così tanta paura?

«La sclerosi multipla fa paura, e lo vediamo quotidianamente: non più tardi di qualche giorno fa abbiamo comunicato una diagnosi a una ragazza giovane. Il primo sentimento che emerge spesso è quello della paura: la persona si chiede cosa succederà alla propria vita, se potrà continuare a lavorare, a costruire una famiglia, a realizzare i propri progetti, una diagnosi che può sembrare un punto di rottura. Molti pazienti hanno la sensazione che da quel momento tutto venga stravolto. È comprensibile, perché stiamo parlando di una malattia che interessa il sistema nervoso centrale, cioè quelle strutture fondamentali che comprendono il cervello e il midollo spinale. Sono organi delicati e questo rende inevitabile un impatto emotivo importante».

Il dottor Nicola De Rossi - © www.giornaledibrescia.it
Il dottor Nicola De Rossi - © www.giornaledibrescia.it

Perché la sclerosi multipla è così complessa?

«La sclerosi multipla è complessa perché più la studiamo e più scopriamo quanto sia articolata, per molto tempo abbiamo avuto una visione più semplice del ruolo del sistema immunitario, pensando che agisse in maniera più mirata. Oggi invece sappiamo che il coinvolgimento immunitario è molto più ampio e complesso, sia nella nascita della malattia sia nella sua evoluzione».

Una complessità che però negli ultimi anni è stata accompagnata da una crescita enorme delle conoscenze, conferma?

«Si, confermo. La maggiore conoscenza non elimina la malattia, ma ci permette di affrontarla in maniera diversa, oggi abbiamo strumenti diagnostici più avanzati, terapie più efficaci e soprattutto una maggiore capacità di personalizzare il percorso del singolo paziente. Sono quasi vent’anni che mi occupo di sclerosi multipla a Montichiari e posso dire di aver avuto la fortuna di crescere insieme ai miei pazienti. Ho visto cambiare tante cose: il modo di fare diagnosi, il modo di comunicare la malattia, il modo di accompagnare le persone. C’è anche un po’ di dispiacere nel pensare a pazienti che vent’anni fa abbiamo seguito con strumenti diversi rispetto a quelli che abbiamo oggi. Probabilmente alcune situazioni le avremmo gestite in modo differente, ma questo fa capire quanto sia importante continuare a investire nella ricerca e nella conoscenza».

Quanto conta la diagnosi precoce?

«Moltissimo, siamo diventati più bravi a riconoscere la sclerosi multipla e questo è un elemento fondamentale. Oggi possiamo intercettare la malattia in una fase molto più precoce rispetto al passato. L’esordio anagrafico è semplicemente l’età del paziente quando compaiono i sintomi, l’esordio biologico invece rappresenta il momento in cui la malattia inizia realmente a manifestarsi dal punto di vista immunitario e clinico. Una distinzione che ha cambiato il modo di guardare alla malattia. Con i nuovi criteri diagnostici possiamo avvicinarci sempre di più all’esordio biologico, cioè possiamo riconoscere segnali della malattia prima che abbia avuto il tempo di determinare conseguenze importanti. Nel nostro centro arrivano casi complessi. Abbiamo visto anche diagnosi biologiche in bambini molto piccoli, intorno agli otto anni, sono situazioni delicate, ma oggi abbiamo gli strumenti per riconoscerle e affrontarle».

Quindi la sclerosi multipla non riguarda soltanto una fascia d’età…

«Esatto, così come siamo diventati più capaci di riconoscerla nei bambini, possiamo individuarla anche nelle persone più anziane. Il nostro obiettivo è sempre lo stesso: arrivare prima possibile alla diagnosi. Negli ultimi anni osserviamo un aumento di diverse condizioni autoimmuni, allergie e intolleranze. Il sistema immunitario è estremamente complesso che deve essere educato e stimolato correttamente, la sclerosi multipla si inserisce in questo contesto perché è una malattia autoimmune. Se oggi vediamo più diagnosi non significa soltanto che la malattia sta aumentando: significa anche che siamo diventati più bravi a riconoscerla».

Quindi fare diagnosi oggi è molto differente rispetto al passato?

«Fare diagnosi di sclerosi multipla nel 2026 è sicuramente diverso rispetto al passato. Non dobbiamo minimizzare la malattia, che resta una condizione seria e delicata, ma possiamo affrontarla con maggiore serenità perché abbiamo possibilità che prima non avevamo. La persona deve essere al centro, il paziente non è la sua malattia. Il nostro compito è curare, ma anche accompagnare, ascoltare e costruire insieme un percorso. Perché dietro ogni diagnosi di sclerosi multipla non c’è soltanto un quadro clinico, ma una persona con una storia, una famiglia, sogni e progetti. E oggi, grazie ai progressi della medicina, quella storia può continuare ad avere molte più possibilità».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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