Salute e benessere

Ovaio policistico, perché questa sindrome ha cambiato nome

Ora si parla di sindrome ovarica poliendocrino-metabolica. Il professor Odicino, primario al Civile: «Già da tempo non viene più considerata una patologia esclusivamente ginecologica, ma una condizione complessa che richiede un approccio multidisciplinare»
Il Civile segue un migliaio di pazienti l'anno con questa sindrome
Il Civile segue un migliaio di pazienti l'anno con questa sindrome

La sindrome dell’ovaio policistico è molto diffusa, ma ancora poco conosciuta. Di recente ha cambiato nome: oggi si parla di sindrome ovarica poliendocrino-metabolica. Una definizione che ne sottolinea la natura sistemica, perché la malattia non riguarda soltanto l’apparato riproduttivo, ma coinvolge anche il metabolismo, il sistema endocrino, la salute cardiovascolare e il benessere generale.

A spiegare le caratteristiche della sindrome è il professor Franco Odicino, direttore della struttura complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’Asst Spedali Civili nonché docente ordinario dell’Università degli Studi di Brescia.

Il prof. Francesco Odicino, direttore della struttura complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’Asst Spedali Civili
Il prof. Francesco Odicino, direttore della struttura complessa di Ginecologia e Ostetricia dell’Asst Spedali Civili

Professor Odicino, perché si è deciso di cambiare il nome della sindrome?

Il cambiamento nasce da un’evoluzione culturale e scientifica. In realtà, dal punto di vista clinico, questa trasformazione era già avvenuta da tempo: la sindrome dell’ovaio policistico non viene più considerata una patologia esclusivamente ginecologica, ma una condizione complessa che richiede un approccio multidisciplinare. Oltre ai ginecologi sono coinvolti endocrinologi, diabetologi, specialisti della nutrizione, dermatologi e, più recentemente, anche cardiologi.

Che cosa chiarisce la nuova definizione?

Mantiene il riferimento all’ovaio, ma elimina quello alle cisti. Non si tratta infatti di vere cisti neoformate, bensì di follicoli che non completano correttamente il processo di maturazione a causa di alterazioni metaboliche.

Le cause sono note?

Non ancora del tutto. La ricerca sta approfondendo soprattutto la possibile origine poligenica della malattia. Siamo agli inizi, ma il nuovo inquadramento potrebbe aprire prospettive importanti anche sul piano scientifico.

Come si manifesta la sindrome?

Le manifestazioni possono essere molto diverse. Nei casi più evidenti compaiono acne, irsutismo, cioè la crescita di peli scuri e duri in zone tipicamente maschili, ipertricosi e amenorrea. Esistono però anche forme più sfumate, prive di sintomi dermatologici. Per questo ogni paziente deve essere valutata in modo personalizzato.

Come si arriva alla diagnosi?

La diagnosi è di tipo clinico. Si valutano diversi elementi, tra cui i livelli dell’ormone antimulleriano, la presenza di anovulazione e di iperandrogenismo e il riscontro di ovaie polifollicolari.

A quale età può comparire?

Può manifestarsi in qualsiasi momento dell’età fertile. In genere i sintomi tendono ad attenuarsi con il passare degli anni e con la maturazione dell’organismo.

Quali sono le terapie disponibili?

Si interviene sui sintomi, ma soprattutto sugli aspetti metabolici ed endocrino-ginecologici. L’approccio metabolico è relativamente recente e passa anzitutto da una modifica dello stile di vita, con particolare attenzione all’alimentazione e al consumo di carboidrati. In alcuni casi si può ricorrere anche a farmaci utilizzati per il diabete di tipo 2.

Quanto è diffusa?

È una sindrome molto frequente. Al Civile seguiamo ogni anno circa mille pazienti.

È possibile guarire?

Più che di guarigione, è corretto parlare di miglioramento. Se alla base c’è una predisposizione poligenica, non possiamo modificare il patrimonio genetico, ma possiamo intervenire sulle manifestazioni cliniche e limitarne gli effetti.

Può compromettere la fertilità?

Sì, può ridurre le possibilità di concepimento. Oggi, però, abbiamo strumenti efficaci per affrontare il problema e consentire a molte pazienti di ottenere una gravidanza. È un aspetto importante e rassicurante.

Quali sono i rischi se non viene curata?

Se non trattata, la sindrome può aumentare il rischio cardiovascolare e quello oncologico, in particolare per alcuni tumori ginecologici e per il tumore della mammella. Per questo è importante arrivare presto alla diagnosi e impostare un percorso di cura adeguato.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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