Salute e benessere

Prima e dopo il bisturi, il percorso che rende l’intervento sicuro

È la medicina perioperatoria, un modello di cura globale che coinvolge più specialisti. Ne parla il dottor Sebastiano dell’Istituto clinico Città di Brescia: «Il paziente è parte integrante del percorso e deve fornire tutte le informazioni utili, senza sottovalutare nulla»
La medicina perioperatoria entra in gioco molto prima dell'intervento
La medicina perioperatoria entra in gioco molto prima dell'intervento

Un intervento chirurgico non comincia quando il paziente entra in sala operatoria e non finisce con l’ultimo punto di sutura. Prima e dopo c’è un percorso fatto di valutazioni, preparazione, monitoraggio e recupero, con il coinvolgimento di più specialisti e dello stesso paziente. È questo il cuore della medicina perioperatoria. Ne abbiamo parlato con il dottor Pietro Sebastiano, responsabile del reparto di Anestesia e Rianimazione dell’Istituto clinico Città di Brescia.

Dottor Sebastiano, che cos’è la medicina perioperatoria?

È un modello di cura globale rivolto al paziente che deve sottoporsi a un intervento chirurgico. Comprende tutte le fasi, da quella che precede l’operazione fino al periodo successivo, e si basa su standard condivisi a livello internazionale.

Quindi il percorso comincia molto prima dell’ingresso in sala operatoria.

Esattamente. La medicina perioperatoria entra in gioco fin dal momento in cui il paziente viene avviato all’intervento. Da lì parte una presa in carico che coinvolge il chirurgo e, progressivamente, tutti gli altri professionisti necessari.

Pietro Sebastiano, responsabile dell'Anestesia e Rianimazione dell’Istituto clinico Città di Brescia
Pietro Sebastiano, responsabile dell'Anestesia e Rianimazione dell’Istituto clinico Città di Brescia

Qual è il primo passo?

Si raccolgono tutte le informazioni utili sullo stato di salute del paziente: eventuali patologie, farmaci assunti, allergie e precedenti clinici. Sono elementi fondamentali. Alcuni farmaci, per esempio, devono essere sospesi prima dell’intervento. Anche un’allergia al nichel o al lattice può condizionare le scelte successive.

Quando interviene l’anestesista rianimatore?

Dopo questa prima raccolta di informazioni il paziente viene valutato dall’anestesista rianimatore, che ha un ruolo centrale nel definire il rischio e nel prepararlo all’intervento.

Quanto conta, in questa fase, ciò che riferisce il paziente?

Conta moltissimo. Il paziente è parte integrante del percorso e deve fornire tutte le informazioni utili, senza sottovalutare nulla. Può capitare che non riferisca di avere appena avuto l’influenza oppure che dieci anni prima sia stato ricoverato in rianimazione per un’embolia polmonare. Sono dettagli che invece possono avere grande importanza. Un paziente può essere operato quando le patologie croniche sono ben controllate e non sono presenti condizioni acute, come una laringite, che aumenterebbero inutilmente il rischio.

Questa valutazione può anche far emergere problemi di salute non ancora conosciuti?

Sì, ed è uno degli aspetti più importanti della fase preoperatoria. Bisogna individuare non soltanto le patologie già note, ma anche eventuali condizioni che richiedono ulteriori approfondimenti. In alcuni casi può essere necessaria, per esempio, una valutazione cardiologica. Non è raro scoprire proprio in questa fase patologie fino a quel momento sconosciute, compreso il diabete.

Anche quello che il paziente racconta nella vita di tutti i giorni può essere significativo?

Certamente. A volte è una semplice frase a suggerire la necessità di approfondire. Se un paziente ci dice, per esempio, che di notte riesce a dormire soltanto con due cuscini, è un’informazione che merita attenzione e può portare a ulteriori accertamenti.

Come si definisce, a quel punto, il livello di rischio?

Si utilizza la classificazione dell’American Society of Anesthesiologists, l’Asa. Il paziente viene inserito in una classe che tiene conto delle sue condizioni generali: si va dalla persona in buona salute fino a chi presenta una grave malattia sistemica che costituisce una minaccia costante per la vita.

E il paziente deve conoscere questa valutazione.

Assolutamente sì. Deve essere informato in modo chiaro sulle proprie condizioni e sul rischio legato all’intervento. Deve poter comprendere ciò che sta affrontando e sapere che tutto il percorso viene organizzato proprio per ridurre quel rischio il più possibile.

Arriviamo al giorno dell’operazione. Come viene preparato il paziente?

La preparazione riguarda sia l’aspetto fisico sia quello igienico e vede un forte coinvolgimento degli infermieri. Il paziente deve inoltre rispettare il digiuno preoperatorio. Può sembrare scontato, ma non sempre lo è. Il tipo di anestesia, invece, è già stato definito nella fase precedente.

Durante l’intervento quali sono gli aspetti più importanti?

Il monitoraggio continuo delle condizioni del paziente. Vengono controllati costantemente i parametri cardiologici, respiratori e neuromuscolari. Tutto il team lavora perché l’intervento si svolga nelle migliori condizioni di sicurezza possibili.

Che cosa succede subito dopo l’operazione?

Il paziente continua a essere monitorato. Se il risveglio avviene regolarmente, è cosciente, i parametri sono stabili e non emergono problemi, può essere trasferito in reparto.

E da lì comincia il recupero.

Sì. Una delle priorità è il controllo del dolore. Quando ho iniziato a lavorare si utilizzava quasi esclusivamente la morfina, mentre oggi la terapia del dolore è molto più articolata e prevede l’impiego di farmaci diversi, scelti in base ai differenti meccanismi d’azione.

Anche alimentazione e movimento oggi vengono gestiti diversamente rispetto al passato?

Molto diversamente. L’alimentazione viene ripresa più precocemente e lo stesso avviene con la mobilizzazione. Si cerca di rimettere il paziente in movimento il prima possibile, naturalmente quando le condizioni lo consentono. In questa fase sono fondamentali gli infermieri e, quando necessario, anche i fisioterapisti. Su indicazione del medico, inoltre, il paziente può riprendere i farmaci che erano stati sospesi prima dell’intervento.

In sintesi, qual è il principio alla base della medicina perioperatoria?

Considerare l’intervento non come un momento isolato, ma come una parte di un percorso più ampio. L’obiettivo è arrivare alla sala operatoria nelle migliori condizioni possibili, ridurre i rischi e favorire un recupero più rapido e sicuro.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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